depòrtati a casa (lettere dalla pandemia)

Nei post che seguiranno accosterò frasi scelte dalle Lettere che Etty Hillesum scrisse nel campo di concentramento di Westerbork a risonanze  incontrate in tempo di pandemia. Affondo la mia traccia nella speranza di fare anima, toccare solitudini, valicare distanze. Desidero custodire l’esperienza umana solcata a piccoli passi lungo il filo spinato di questo tempo.

“Se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo -e non un nuovo senso delle cose , attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione-, allora sarà troppo poco. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti del filo spinato, e congiungersi a quella che là fuori ci si deve ancora conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano altrettanto difficili. E forse allora sulla base di una comune e onesta ricerca di risposte chiarificatrici su questi avvenimenti inspiegabili, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti“. 

Etty Hillesum “Lettere 1941-1943” Edizione Integrale Adelphi 2013 pag 57

Se stai a casa però non uscire. Non uscire a prendere il giornale del pettegolezzo dal vicino. Non uscire a prendere la carne umana macellata dai tuoi giudizi per chi non conosci fino a che non hai macinato ‘mille miglia nei suoi mocassini’. Non uscire a prendere il pane di tutti per riempire una dispensa che è solo tua e che finirai di consumare da solo quando gli altri saranno morti di fame. Non uscire per andare in banca a fare i conti del dopodomani quando a domani non sai chi arriverà vivo e non sai se lo sarai tu. Non uscire per rifornirti al tabaccaio delle tue dipendenze, compulsioni d’astinenza che nulla dicono dell’amore. Non uscire sul balcone per sputare in testa a chi corre e non sai né dove né perché. Non uscire dagli occhi di chi ti vive intorno, da chi occupa l’altra stanza, da chi conosci da anni ma che non hai mai finito di incontrare se lo guardi così da vicino. Non uscire dal tuo centro: ti sarà molto utile quando la porta sarà nuovamente aperta.

Se esci poi vieni fuori, vieni fuori davvero. Non ti contagi se sorridi a colui cui ti imbatti per strada. Non ti contagi se incoraggi e guardi intensamente l’altro che ora e più che mai ti ricorda che siamo tutti uno. Non ti contagi se gioisci del fiore che sboccia in primavera. Se esci, vieni fuori davvero, fuori da Facebook, da Instagram e da whatsapp. Metti il telefono in modalità aerea e poi tu stai a terra, solca questa terra che non t’ha mai gridato così forte di quanto sia preziosa. Depòrtati a casa nel raccoglimento del tuo cuore che può essere abitato da un silenzio e da una stasi nuova.

Resta a casa, spegni le luci e accendi il focolare di una presenza preziosa. Quando tornerà il vento che non sia la tua quella casa di paglia del porcellino con lei portato via. Deposita i mattoni del tuo volerci essere qui ora nell’urgenza di non muoverti, di sentirti, di continuare a cercare qualcosa nella baracca dei tuoi sogni, del sopito desiderio di bene, della lotta a sopravvivere rinascendo vivo.

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