a ritroso (lettere dalla Pandemia)

Nei post che seguiranno accosterò frasi scelte dalle Lettere che Etty Hillesum scrisse nel campo di concentramento di Westerbork a risonanze  incontrate in tempo di pandemia. Affondo la mia traccia nella speranza di fare anima, toccare solitudini, valicare distanze. Desidero custodire l’esperienza umana solcata a piccoli passi lungo il filo spinato di questo tempo

“E’ l’unica maniera in cui oggigiorno si può vivere la vita: con un amore incondizionato verso il proprio simile oppresso, di qualunque nazione, razza o credo egli sia. E quando, in un attimo di totale sconforto ho avuto questo pensiero sono riuscita a vivere ancora – non già un semplice surrogato di vita, in un campo di transito per ebrei durante la seconda guerra mondiale, come succede alla gran parte di quelli che sono qui- ma sul serio, con un grande entusiasmo e gioia e convinzione, con la vaga percezione di un’unità che esiste e che, nel profondo, rende la vita un insieme ricco di significato.

Etty Hillesum “Lettere 1941-1943” Edizione Integrale Adelphi 2013 pag. 115

 

C’è il male di ieri che aveva ciascuno che né l’Epifania né la Pandemia se lo portano via. Poi c’è il male di oggi l’isolamento sociale, il virus, il contagio globale. Un elefante  invisibile in una cristalleria, nessuno sembra vederlo o volerlo vedere: è così fastidioso nell’intralciare i micro-macro problemi, le diverse situazioni pre certificazioni.

Ognuno è incistato, acciecato, aggrappato a quella piccola grande paura, insopportabile mancanza, desiderio negato. Non si può pretendere, no, che passi in cavalleria, eppure sembra così innocuo quel neo circoscritto sulla pelle di un uomo deposto sul grande tumore che copre la terra.

Dove si situa il confine fra il mio e il tutti, dove si compra la tela su cui si ridisegnano le priorità. Teniamo distanze che superano senza fatica il metro tra il nostro respiro e il polmone del mondo. Vietato il contagio. Il sintomo antico cresce, non guarda in faccia nessuno, è positivo ad ogni tampone, viaggia sulla luna, lui, alieno alla terra.

Trovare il filo rosso, le molliche di Pollicino da percorrere a ritroso per individuare una strada che unisca l’umano. Non si tratta di cancellare, di guarire per forza o per prescrizione ma solo di avvistare un piccolo collegamento che unisca il mio sintomo al malanno del globo. Quando vivo il dolore d’amore,  la solitudine del cuore, la paura della perdita, l’ansia del futuro, il fastidio del lavoro, il limite di una fobia, la rabbia dell’ingiustizia, lo smacco dell’incomprensione, la noia d’un vuoto, la colpa dell’errore, la vergogna del difetto, la vulnerabilità nuda, la depressione e l’impotenza… Quando ascolto nel profondo l’acuto del mio specifico e personalissimo dolore sono capace di chiedermi in quale modo questo possa rispecchiare o incarnarsi nell’intero? Dirmi che non sono solo, che non sono soli da me gli altri, quelli col segno viola della mascherina, quelli coi tubi nel naso, quelli a casa che aspettano il messaggio di chi muore, quelli assenti al funerale, quelli che stavano bene e poi gli manca il fiato, quelli che tremano di dolori perché hanno aiutato gli altri. Quelli che perdono tutti. Quelli che hanno la febbre da settimane e da giorni  finito la spesa, tutti quelli che, loro malgrado, s’improvvisano in una qualche forma di resa. Se siamo un po’ noi in quegli altri e quegli altri in noi allora il dolore assume un senso quale sia la sua quota, perché ci tocca solo quella che ci è data ma ci riguarda quella di tutti in quanto cellule di un corpo grande e il dolore peggiore è quello di un atomo che s’è creduto uomo.

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