Dove

“<Dove?> è la domanda della morte. Qual è il dove della morte? Lasciar depositare la notizia è un percorso lungo, che lo sappiano le ossa, gli organi, la pelle, gli strati di noi. Che si inserisca la notizia della memoria, piano piano, senza l’esplosione del mattino. Lo chiamano lutto. Se accogli i suoi inviti, le sue chiamate a sentire la morte, interrompere tutto, sedersi o sdraiarsi e assaggiare l’assenza, allora è un dono. Se fingi che non ti chiami, se riempi ogni attimo di distrazione, ti fa a pezzi, brandelli di te che non stanno nell’intero del reale cambiato: aggiornare il file, con questo buco che vuole spazio, vuole ospitalità. Spesso si pensa che la soluzione al dolore sia altrove, ma è nel dolore la soluzione al dolore, sentendolo, abitandolo, assaporandolo, a poco a poco diventa parte di noi, non più un estraneo, ma un ospite scomodo, irruente, tempestoso e infine un amante e dopo la fine un pezzo di noi”

 Chandra Livia Candiani “Il silenzio è cosa viva”, Einaudi 2018.

Pandemia. Irrompe la morte nel quotidiano di tutti, le sirene raggelano i silenzi da dietro alle finestre di case chiuse. Il mondo è in ginocchio e siamo come in guerra. Il virus spara, uccide di centimetri la possibilità di un abbraccio, il virus deporta il malato dentro un ospedale/prigione. Si erge un muro fra il dentro e il fuori: a chi sta fuori vengono sottratti gli sguardi dell’accompagnare e le parole del saluto; chi è dentro cade in una botola di isolamento dove un casco ottunde l’ascolto e tubi rompono la voce.

Lo sanno gli animali, lo sanno le piante, è scritto anche in noi che… passiamo.

Eppure una tempesta di morte oggi irrompe sulla scena e il vento scoperchia certezze e consuetudini e si porta via i modi, si porta via i tempi, si porta via i luoghi e ci rapina dei riti.

Allora dove?

Elaborare il lutto è costruire un luogo.

Avrò cura di quel luogo.

Raccolgo  fotografie, per quanto dolorose, di colui o colei che manca. Le più recenti, macchiate di smorfie e strappi, sono dure da lasciar cadere ed è mio compito fermare nella memoria scatti che sigillino sorrisi, raccontino giovinezze, trasudino bene: la dignità di chi è andato chiede il ricordo di una vita che è stata molto più della sua fine. La cornice è scolpita di un legnoso desiderio: che l’altro sopravviva in me.  La didascalia  è segno mutevole da riscrivere nel tempo: allo scolorire di rabbia e disperazione vedrò liberarsi capienze nuove per la tessitura di parole.

Tassello una libreria, portatrice di saggezza. Nutro scaffali che parlino di universalità della morte, di senso, di secoli nei quali scrittori, poeti, nonni, amici, piante e tramonti mi hanno trasmesso piccole o grandi perle per attraversare l’assenza. La mia morte, la morte dei miei cari, è la morte di tutti dall’inizio dei tempi: non sono sola nell’interminabile ricerca d’una cuccia di significato.

Deposito quotidianamente fiori freschi sul tavolo. Boccioli di speranza, di gioie minuscole, di rossori improvvisi. Stupori. Profumi di gratitudine, di incontri nuovi, di delicatezze da pelle d’oca. Spalanco le finestre, arieggio di vita la morte affinchè più poeticamente si mischino in quell’amalgama che sono.

Accendo una candela al centro di un tappeto rotondo popolato di cuscini per i miei amici e compagni di nostalgia: che possiamo sederci comodi ma il più vicino possibili alla terra per non volare via da un dolore che ci chiede di essere condiviso dal basso; che possiamo esorcizzare nella condivisione ogni maledizione d’isolamento.

Chiudo gli occhi e ascolto il silenzio che permea di valore l’assenza. Lascio le casse del silenzio a tutto volume, senza avere paura -mi spaventa di più quando faccio rumore per non sentire- e accolgo da un Altrove inaspettate visite di consolazione.

Ecco il mio dono a te che vai, il bicchiere di rosso con cui brindo al tuo passaggio prezioso nella mia vita, il mio epitaffio per te sarà la custodia di un “dove in me” nel quale tu sempre potrai riposare.

1 pensiero su “Dove”

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