La poesia e la paura

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Scrivere della paura, scrivere in poesia, la lingua delle schegge, mi ha reso immaginabile l’inimmaginabile, togliendo peso ha ridato gravità. La grazia della poesia, il suo essere dono, dettata da altro, da una memoria che ci precede, ha fatto da contrappeso, con la leggerezza acuminata dei versi ha riportato sulla terra, entro la legge di gravità, quello che aveva avuto bisogno di essere espulso, di essere solo aria, solo notte, solo sfondo.

La poesia non libera dalla paura, le dà un contesto, una vivibilità. Grazie alla poesia è possibile frequentare la paura all’insaputa di se stessi, abitarla senza esserne sequestrati, entrare e uscire, sostare sulla porta.

La poesia sa condurre al territorio del non so, costringe all’intimità con il non conosciuto. Risponde alla paura contemporane del vuoto, quel vuoto fecondo che permette l’incontro con l’altro, lo spazio tra me e te in cui potersi emozionare. E questa paura del vuoto è forse tutt’uno con la paura dell’intimità? E cosa crea più intimità della parola viva?

 

C.L. Candiani

Repiro presenza

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

La pace non è la quiete ma pittosto l’accoglienza dell’irrequietezza.

All’inizio è necessario costruire un nido dentro di noi, traslocare dalla mente discorsiva che costantemente ci descrive i fenomeni e che ci racconta tutto quello che siamo stati che siamo e che saremo, a un nido di silenzio che sta in pieno corpo: il cuore.

Impariamo a conoscere un amico che nasce con noi e con noi muore, il compagno discreto di tutta una vita che non consideriamo quasi mai: il respiro.

Il respiro è un sensore per imparare a entrare in relazione con lui, fino a una vera intimità, ci permette di conoscre il nostro mondo interno e quello esterno in modo assolutamente diverso dalla conoscenza mentale e anche da quella emotiva che non avevamo prima.

Entrare in contatto con il respiro significa diventare saldamente delicati.

Non catturare il respiro, non fargli la posta, ma avanzare con rispetto e avvicinarlo con cura, come faremmo con un essere selvatico rimasto a lungo solo. Deve abituarsi a noi e noi abituarci ad avvicinarlo non per modificarlo ma per conoscerlo.

La postura del cuore è: io sono qui, aperta a qualsiasi cosa sorga e mi visiti, sono radicata a terra, sono il suo sostegno, e insieme mi alzo verso il cielo, nello spazio, li cucio. Il respiro è il mio alleato, mi fa stare in questo momento che che fugge.

Imparando a conoscere intimamente il respiro, ci accorgiamo che ha due pause, una breve tra inspirazione ed espirazione e una più prolungata alla fine dell’espirazione, prima di inspirare di nuovo. Riuscire a sostare in questa pausa è come sostare nella terra della mancanza, senza cercare rimedi né cause, è entrare in contatto con il nostro fondamentale, radicale mancare e scoprire che dimorando nella sua precaria, sfuggente terra, ci ricarichiamo, siamo.

E’ meraviglioso lasciarci disturbare dalla vita, dagli altri e nello stesso tempo non restarne schiacciati. Non si tratta di essere imperturbabili, ma imperturbabili dal turbamento, accogliere ogni visitatore…

Non è facile, si tratta di spiazzarsi, non essere più in centro, ma una grande periferia sconfinata, e vedere sorgere e tramontare i fenomeni e accorgerci dell’amorevole sfondo che rimane e che non è di nessuno.

La giusta vicinanza ci permette di arrivare non più ad una reazione ma ad una risposta.

Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamiamo “il mio carattere”, se non comprendiamo che tutto è meditazione, la nostra vita resta sempre la stessa, centrata sull’io.

Essere presenti significa essere presenti al proprio io come ad un oggetto di studio.

Dove c’è presenza non può esserci io e solo la presenza ci raggiunge e ci trasforma. Quando siamo nella presenza, sappiamo esitare, fare silenzio, sappiamo non sapere.

La presenza è smettere di avere paura della propria delicatezza.

Va allenato uno sguardo tenero, compassionevole, uno sguardo fermo che vede i limiti ma non si trasforma in giudice…

C’è un punto in cui il dolore diventa anonimo… è l’energia di essere al mondo, di avvertirsi separati e di percepire la nostalgia e il richiamo all’unità.

Essere in contatto con la fonte del desideri, con il nostro costante mancare è l’essenza della meditazione. Essere alla fonte è smettere di desiderare, perché si abita il desiderio, perché si aiuta il desiderio, si é il desiderio senza più oggetto, e il cambiamento inizia accogliendo se stessi, la nostra incompiteza, la nostra mancanza… attendendo alla trasformazione che arriverà quando il trempo sarà maturo.

La meditazione è seminagione di sacro nell’ovvietà quotidiana.

C.L. Candiani

cropped-unadjustednonraw_thumb_153d5.jpg

Nomadi per vocazione

<blockquote>Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati</blockquote>

C.L. Candiani

Inchinarsi fa bene alla terra.

Il primo passo è accorgersi e chiedere asilo a un luogo, non più sicuro, ma più protetto. Questo luogo più che un luogo è una Via. Ci rifugiamo in una Via, un cammino, ci facciamo nomadi per vocazione.

Inchinarsi è l’occasione di sostare su una soglia, un limite, un luogo di rischio, dove si incontra la verità dell’altro senza interpretazione.

Il luogo dell’altro è il forse.

Mi inchino per imparare ad esitare, a sostare nel non sapere di te, lasciare che tu riveli chi sei.

A molti fa paura inchinarsi, perché non sanno di essere già inchinati, in adorazione sonnambula delle proprie opinioni.

UNADJUSTEDNONRAW_thumb_1543c

La stanza vuota

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Avere in casa una stanza così cambia un po’ l’esistenza, rende tutta la casa un po’ diversa… Che ci sia una stanza, che ci si possa sedere, che il dolore e la gioia possano stare seduti con noi, in noi, nella stanza, che possano essere compresi…

Un tempo tenevo la porta della stanza della meditazione chiusa, era un tempo in cui pensavo ancora di dover proteggere la (mia) interiorità, il silenzio, la pratica della meditazione, come se dovessi preservarli dal resto della vita.
Col tempo ho sentito che la porta chiusa non solo preservava, ma anche escludeva, interrompeva un flusso. E l’ho lasciata sempre aperta, si è creata una corrente tra la vita delle altre stanze e quella stanza vuota e silenziosa.

Una stanza che non accoglie un gatto è un gabinetto.
Il silenzio ha bisogno della vita quotidiana. Ha bisogno del rumore, dei gatti, degli urli, per sapere che sono una cosa sola.

Una stanza della meditazione è un luogo poetico, in senso letterale, il luogo di un fare, un particolare tipo di fare che in un certo senso consiste nello smettere di fare alcunché, disinparare.
E si disimpara a prendere parte e posizione, a essere a favore o contro questo o quello, a fare di sensazioni, memorie, desideri, pensieri dei concetti a cui credere indiscutibilmente e di cui poi convincere altri. E’ un luogo che si fa insieme, di per sé è solo una stanza, né brutta né bella, piena di spazio, di possibilità. E quel che nasce assomiglia al luogo stesso, sono i miracoli del noto.
Allora pian piano si ricevono le visiste della consapevolezza .
La consapevolezza del piccolo esercitata con consapevolezza e continuità apre la porta ad una consapevolezza sempre più costante e profonda.
Ci apriamo.  Ad accogliere. A non subire. A non interferire. Ad accogliere con fiducia qualunque cosa ci capiti. E’ questo non interferire che ci permette il rivelarsi, apre la possibilità della comprensione e dello scioglimento.
E’ possibile ascoltare bene solo quando si tollera di non capire ( Peter Bichsel).                  La meditazione, come la poesia, è una memoria. Memoria d’essere.                      

Soffriamo quando la bellezza in noi resta inespressa.

C. L. Candiani

Il gesto

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

E’ bello avere un gesto che si ripete ogni giorno,
è come avere una cornice che resta ferma
e al suo interno possiamo notare come tutto cambi,
dentro e fuori di noi.
Tenendo fermo il gesto, notiamo che un giorno lo facciamo con commozione, un giorno con rabbia, un giorno di fretta, un giorno siamo innamorati e un’altra volta non lo siamo più,
la vita ci ha toccato a fondo, la vita sembra trascurarci, e con tutto questo scorrere di eventi e di stati d’animo, insieme a tutto questo,
noi ci inchiniamo.

C.L. Candiani

cropped-unadjustednonraw_thumb_153f8.jpg

Maestra, il verbo restare è all’infinito?

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Candiani sulla morte…

Ti prego morte, non lasciarti addomesticare, non diventare turistica, continua a farmi un assoluto male e dammi il mistero di te, di me, della non separatezza.
Anche la morte è una forma di etimologia. Nominami, dammi la radice.
Eppure la morte è un altro genere di nascita. L’ho visto, non solo nel corpo di chi muore che così spesso diventa simile ad un feto, ma anche chi resta, si nasce di nuovo, si cambia pelle. Ricordo una vignetta, c’è un serpente sul lettino di uno psicanalista che, dietro di lui, sta prendendo appunti. Sul pavimento una pelle di serpente vuota e il serpente dice: “mi succede ogni volta che cambio”.


Addio e buon viaggio sono due parole che mi aiutano nel commiato. Addio ha qualcosa di definitivo, di finale, ma insieme apre un orizzonte più ampio, una visione dove io e tu vengono assorbiti in una vastità che dà vertigini ma è obbligatoria, si impone a noi e possiamo solo abbandonarci. E buon viaggio mi dà l’idea della prosecuzione nell’invisibile. So che ogni viaggio disfa, so che ogni viaggio riconsegna. So che si ritorna sempre. So che c’è sempre una casa anche se non so nè com’è nè dov’è.

cropped-unadjustednonraw_thumb_153ef.jpg

Imparare a tremare

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

“Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare.
Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce.
Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri stanno facendo e quello che posso fare io.
Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere.
Non voglio essere buona, voglio essere sveglia.
Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila.
Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio
.
Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera.
Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me.
Non voglio insegnare, voglio accompagnare.
Non è che voglio così, è che non posso fare altro”

C.L. Candianicropped-unadjustednonraw_thumb_15409.jpg