Pieghe tra le pagine blog

domanda

Passeggiate con Rilke

sbucciami, che voglio incontrare carne viva sotto la mia pelle in maschera

raschiami via di dosso semplici risoluzioni che celano le mie paure di camminare sul filo

toglimi l’appoggio quando fingo di stare ritta ma incedo col fianco sulla parete posticcia delle mie certezze

bucami, che quando sono troppo intera non ascolto nessuno

sfonda la mia bara quando so già tutto… e sono morta

insegnami questa danza con te, che io non so ballare, mi vergogno.

mi manca il cavo che allunga il ritmo fino al corpo

balla la connessione e io barcollo. Scomposta.

com’è rigirarti pietra liscia che mi accompagna nelle tasche

com’è trovarti al risveglio e riempirti di baci

com’è non spremerti insieme al limone del mattino in questua d’acida risposta

com’è tenerti nella pancia, sentirmi gravida di te, senza pensare al parto ma a millimetri di feto che nutro vivendo

io anelo ad una relazione aperta con la mia domanda.

che poi sono tante ma si riducono ad una

e quell’una poi cambia nel tempo

ma il tempo è solo

il mezzo

per dire meglio quell’una.

Amo la mia domanda di una relazione casta,

non v’è penetrazione

-o ci si prova-

tesa a possederla d’urgente risposta.

amo la mia domanda

cercando sempre

d’incontrarla nei passi vacui e leggeri dei boschi

le foglie che scricchiolano

il picchio che batte

l’albero alla destra

pazzo d’amore

si getta ardentemente su quello di sinistra

mi dice degli anni ad allungarsi

mi spiega il lancio

l’intuizione del cercarsi

ma che prima bisogna essere

cresciuti.

Amo la mia domanda,

il nostro bacio:

la pazienza.

Di dis-atteso desiderio

Qual è la relazione fra il mancare il proprio desiderio, unico vero peccato per Lacan, e la rinuncia alle aspettative, indiscussa Via per il Buddismo?

Uno scorcio è la precisione. L’aspettativa è precisa di millimetrica autonarrazione, il desiderio è intensa e aperta direzione: la sua quota non sta nei dettagli ma nella forza.

L’aspettativa è gira a destra poi a sinistra e fai una curva ad U. Il desiderio è prendi verso ovest e tira finché morte non sopraggiunga.

Il desiderio ha nel petto l’assunzione di responsabilità, mi aspetto di giocarmi, sono disposto a mettere il sale sulla ferita della sconfitta. Il desiderio ha il soggetto nell’io. L’aspettativa trema sul terrore del rifiuto e s’imbruttisce nella vergogna del disincanto. Il suo soggetto è sulle cose che devono andare.

C’è un passaggio che mi piace: il trasformare l’una nell’altro.

Alcune volte l’aspettativa cade e porta con sé anche la possibilità di desiderio, troppo collegata com’era alla sceneggiatura per poter sostenere una nuova versione dei fatti. Il dio Controllo l’ha avuta vinta: rompe il legame -ammesso che legame ci sia mai stato e che non fossi in relazione solo con me stesso-

Altre volte l’aspettativa cade e sentiamo che più forte il desiderio bussa da sotto. Vuole vivere, quale che sia la forma che gli verrà concessa… come quando sento che mi piacerebbe farti provare le uova cotte nel burro salato a colazione, un attimo dopo essermi detta che mi avevi deluso e che non volevo vederti più.

Quando cade l’aspettativa restano gli scheletrini… pelle e ciccia indorati dalle fantasie dell’attesa non lasciano che denutriti cadaveri schiaffeggiati dalla realtà… è lì che un desiderio risorge dalle ceneri oppure un’idea narcisistica incontra degna sepoltura.

Osservo il fiore oppure lo colgo: annuso la bellezza e la lascio nutrire dalla terra della realtà oppure ne spezzo il gambo e lo soffoco nella tasca delle mie personalissime fantasie, lo strozzo fra le pieghe di un libro che tengo a scrivere solo da me.

Essere desiderio senza più oggetto, aspirare alla vocazione profonda che traccia i contorni di un’identità più che d’una profezia. Sentir pulsare di vita l’arco teso ed essere tutto nel muscolo del mio braccio nella pupilla che mira il filo. Non è per me il viaggio della freccia, del suo impatto con l’aria e del suo procedere fra le perturbazioni dell’istante, io coltivo nei suoi confronti un casto pudore. Non mi riguarda il suo incontro o meno con un centro e se quel centro pure esista. Non sta a me; io solo desidero

scoccare.

a ritroso (lettere dalla Pandemia)

Nei post che seguiranno accosterò frasi scelte dalle Lettere che Etty Hillesum scrisse nel campo di concentramento di Westerbork a risonanze  incontrate in tempo di pandemia. Affondo la mia traccia nella speranza di fare anima, toccare solitudini, valicare distanze. Desidero custodire l’esperienza umana solcata a piccoli passi lungo il filo spinato di questo tempo

“E’ l’unica maniera in cui oggigiorno si può vivere la vita: con un amore incondizionato verso il proprio simile oppresso, di qualunque nazione, razza o credo egli sia. E quando, in un attimo di totale sconforto ho avuto questo pensiero sono riuscita a vivere ancora – non già un semplice surrogato di vita, in un campo di transito per ebrei durante la seconda guerra mondiale, come succede alla gran parte di quelli che sono qui- ma sul serio, con un grande entusiasmo e gioia e convinzione, con la vaga percezione di un’unità che esiste e che, nel profondo, rende la vita un insieme ricco di significato.

Etty Hillesum “Lettere 1941-1943” Edizione Integrale Adelphi 2013 pag. 115

 

C’è il male di ieri che aveva ciascuno che né l’Epifania né la Pandemia se lo portano via. Poi c’è il male di oggi l’isolamento sociale, il virus, il contagio globale. Un elefante  invisibile in una cristalleria, nessuno sembra vederlo o volerlo vedere: è così fastidioso nell’intralciare i micro-macro problemi, le diverse situazioni pre certificazioni.

Ognuno è incistato, acciecato, aggrappato a quella piccola grande paura, insopportabile mancanza, desiderio negato. Non si può pretendere, no, che passi in cavalleria, eppure sembra così innocuo quel neo circoscritto sulla pelle di un uomo deposto sul grande tumore che copre la terra.

Dove si situa il confine fra il mio e il tutti, dove si compra la tela su cui si ridisegnano le priorità. Teniamo distanze che superano senza fatica il metro tra il nostro respiro e il polmone del mondo. Vietato il contagio. Il sintomo antico cresce, non guarda in faccia nessuno, è positivo ad ogni tampone, viaggia sulla luna, lui, alieno alla terra.

Trovare il filo rosso, le molliche di Pollicino da percorrere a ritroso per individuare una strada che unisca l’umano. Non si tratta di cancellare, di guarire per forza o per prescrizione ma solo di avvistare un piccolo collegamento che unisca il mio sintomo al malanno del globo. Quando vivo il dolore d’amore,  la solitudine del cuore, la paura della perdita, l’ansia del futuro, il fastidio del lavoro, il limite di una fobia, la rabbia dell’ingiustizia, lo smacco dell’incomprensione, la noia d’un vuoto, la colpa dell’errore, la vergogna del difetto, la vulnerabilità nuda, la depressione e l’impotenza… Quando ascolto nel profondo l’acuto del mio specifico e personalissimo dolore sono capace di chiedermi in quale modo questo possa rispecchiare o incarnarsi nell’intero? Dirmi che non sono solo, che non sono soli da me gli altri, quelli col segno viola della mascherina, quelli coi tubi nel naso, quelli a casa che aspettano il messaggio di chi muore, quelli assenti al funerale, quelli che stavano bene e poi gli manca il fiato, quelli che tremano di dolori perché hanno aiutato gli altri. Quelli che perdono tutti. Quelli che hanno la febbre da settimane e da giorni  finito la spesa, tutti quelli che, loro malgrado, s’improvvisano in una qualche forma di resa. Se siamo un po’ noi in quegli altri e quegli altri in noi allora il dolore assume un senso quale sia la sua quota, perché ci tocca solo quella che ci è data ma ci riguarda quella di tutti in quanto cellule di un corpo grande e il dolore peggiore è quello di un atomo che s’è creduto uomo.

IMG_3433.jpg

 

il terapeuta e lo schermo come mascherina (lettere dalla Pandemia)

Nei post che seguiranno accosterò frasi scelte dalle Lettere che Etty Hillesum scrisse nel campo di concentramento di Westerbork a risonanze  incontrate in tempo di pandemia. Affondo la mia traccia nella speranza di fare anima, toccare solitudini, valicare distanze. Desidero custodire l’esperienza umana solcata a piccoli passi lungo il filo spinato di questo tempo

“Qui non sono affatto all’altezza della situazione, non riesco a ‘far fronte’ a tutte le persone che vogliono coinvolgermi nei fatti loro, spesso sono troppo, troppo stanca. Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua inesplicabile profondità. Se solo facciamo in modo che Dio sia al sicuro nelle nostre mani…

In futuro, quando non abiterò più su una branda di ferro in una terra circondata dal filo spinato, voglio avere una lampadina sopra al mio letto, così di notte  intorno a me ci sarà luce ogni volta che lo vorrò. Spesso nel mio dormiveglia, turbinano pensieri e piccoli racconti, impalpabili e trasparenti come bolle di sapone, vorrei poterli catturare su un foglio di carta bianca. Quando mi sveglio la mattina sono ancora imbozzolata in quelle storie -è un ricco risveglio sai?- Ma poi comincia a volte una piccola Passione, pensieri e immagini si agitano intorno a me, sono così tanti e vogliono essere trascritti, ma non c’è nessun posto in cui si possa stare seduti tranquilli, certi giorni passo ore a cercare un luogo sicuro. Una volta, nel cuore della notte, una gatta randagia è entrata nella nostra baracca, le abbiamo messo una cappelliera sul gabinetto. Certe vote mi sento proprio come un gatto randagio senza cappelliera.

Da qualche parte ho trovato scritto su Paula Modersohn-Becker: “Aveva nel sangue quella totale mancanza di pretese nei confronti della vita che è solo apparente, ed è la vera, matura espressione di pretese altissime: il disprezzo di ogni esteriorità, che nasce dal sentimento inconscio della propria pienezza e di una segreta, non del tutto spiegabile, felicità interiore”.

Etty Hillesum “Lettere 1941-1943” Edizione Integrale Adelphi 2013 pag.  124 e 153

 

Il mio essere terapeuta al tempo della Pandemia, si gioca in molte ore consecutive dietro uno schermo che fa il volto grigio e succhia la linfa vitale. Incontro lacrime che non posso abbracciare, povertà d’animo che mi fanno male al cuore… le mie pupille chiedono ai miei occhi, che chiedono alla mia mente, che chiede alla mia anima di metterci qualcosa in più. Inizia un gioco di sforzi nel mentre inconsapevoli fino al bilancio serale che mi scaraventa sul letto svuotata ed esanime. I pixel non restituiscono l’energia umana che ti raggiunge dall’altra poltrona quando sei in studio. Filtrati dalla mascherina di Skype ci si sente, ci si scruta, ci si trova ed è commovente, davvero, ma il ritorno di calore è un eco lontanissimo. Il grido dei pazienti in questo tempo lamenta una baracca nella quale abito anche io e la mia ricerca è di quello spazio silente alle prime luci dell’alba, nella quiete esausta della sera per abbeverarmi ad una fonte profondissima che corre sotto le lamentele, le piccole grandi paure, le più o meno intollerabili limitazioni o scomodità. E allora ‘tenere Dio al sicuro nelle proprie mani’, non lasciarsi incattivire , non lasciarsi esasperare. Nessuno mi sta inseguendo. Ho solo scelto di esserci e non abbandonare il campo, ridurre al minimo le pretese, continuare a godere di quei sorrisi sotto la telecamera, di quella tenerezza che si dischiude nel riconoscere da lontano una voce, custodire l’attesa e il desiderio di abbracciare. Sta a me dedicare passi frequenti nel mio giardino interiore per trovare una foglia, un filo d’erba, un fiore, per avere sempre nelle tasche qualcosa da offrire.

Ho deciso: intaglierò una botola. Mi calerò al bisogno in uno scantinato di silenzio in cui nutrirmi di Rilke, di Etty, di Candiani, di Rumi, della penna mordicchiata che annota appunti su quel quaderno sgualcito che vorrò con me se mi deporteranno in ospedale. Inventerò una tettoia all’ombra dove stare immobili ad ascoltare i piccoli fruscii, gli animaletti, il vento. Respirare a pieni polmoni l’aria di questo tempo che  i polmoni li uccide ma ravviva le anime che si sanno fermare.

Paula Modersohn-BeckerPaula_Modersohn-Becker_005

 

fraintendi- menti

Filmografie d’interni intrattengono la spettatrice che ho dentro

i sogni focomelici nell’assenza di polpastrelli sono relegati a quella sala:

schermo gigante, poltrona unica, pop-corn

tanti tantissimi pop-corn

che il masticare compensi il non nutrire

già che le calorie di plastica lasciano la pancia vuota

fin dai primi titoli di coda.

Fraintendo e mento.

Mi mento

nel fraintendimento che non indago

per poter stare sulla soglia

di un rischio calcolato.

Appoggio la mano di taglio sopra agli occhi

riparo lo sguardo dal sole

mentre affondo le pupille sulla superficie del burrone

inspiro

e non salto.

Preferisco fraintendere, cogliere segnali improbabili

che si uniscono in rigogliose costellazioni sotto le palpebre.

Tengo stretta la mia illusione, come il mio cane l’osso buono fra i denti

anche quando non c’è più ciccia.

A proiettori spenti

raschiando di consapevolezza superfici imbellettate,

a luci accese

quando apro il palmo

e volan via le mosche in ostaggio nel pugno

poggio una pietra blu

sulla gola tremante

mi rompo

dico la verità

intendo e non mento

assumo tutta la paura

mi inciprio di vergogna

lascio che il rifiuto, l’abbandono e i loro fratelli in disperazioni d’infanzia

si ciuccino tutta la mia piccolitudine

mi dico la verità

appiccicata alla terra

anche di cadere

sono libera

Dove

“<Dove?> è la domanda della morte. Qual è il dove della morte? Lasciar depositare la notizia è un percorso lungo, che lo sappiano le ossa, gli organi, la pelle, gli strati di noi. Che si inserisca la notizia della memoria, piano piano, senza l’esplosione del mattino. Lo chiamano lutto. Se accogli i suoi inviti, le sue chiamate a sentire la morte, interrompere tutto, sedersi o sdraiarsi e assaggiare l’assenza, allora è un dono. Se fingi che non ti chiami, se riempi ogni attimo di distrazione, ti fa a pezzi, brandelli di te che non stanno nell’intero del reale cambiato: aggiornare il file, con questo buco che vuole spazio, vuole ospitalità. Spesso si pensa che la soluzione al dolore sia altrove, ma è nel dolore la soluzione al dolore, sentendolo, abitandolo, assaporandolo, a poco a poco diventa parte di noi, non più un estraneo, ma un ospite scomodo, irruente, tempestoso e infine un amante e dopo la fine un pezzo di noi”

 Chandra Livia Candiani “Il silenzio è cosa viva”, Einaudi 2018.

Pandemia. Irrompe la morte nel quotidiano di tutti, le sirene raggelano i silenzi da dietro alle finestre di case chiuse. Il mondo è in ginocchio e siamo come in guerra. Il virus spara, uccide di centimetri la possibilità di un abbraccio, il virus deporta il malato dentro un ospedale/prigione. Si erge un muro fra il dentro e il fuori: a chi sta fuori vengono sottratti gli sguardi dell’accompagnare e le parole del saluto; chi è dentro cade in una botola di isolamento dove un casco ottunde l’ascolto e tubi rompono la voce.

Lo sanno gli animali, lo sanno le piante, è scritto anche in noi che… passiamo.

Eppure una tempesta di morte oggi irrompe sulla scena e il vento scoperchia certezze e consuetudini e si porta via i modi, si porta via i tempi, si porta via i luoghi e ci rapina dei riti.

Allora dove?

Elaborare il lutto è costruire un luogo.

Avrò cura di quel luogo.

Raccolgo  fotografie, per quanto dolorose, di colui o colei che manca. Le più recenti, macchiate di smorfie e strappi, sono dure da lasciar cadere ed è mio compito fermare nella memoria scatti che sigillino sorrisi, raccontino giovinezze, trasudino bene: la dignità di chi è andato chiede il ricordo di una vita che è stata molto più della sua fine. La cornice è scolpita di un legnoso desiderio: che l’altro sopravviva in me.  La didascalia  è segno mutevole da riscrivere nel tempo: allo scolorire di rabbia e disperazione vedrò liberarsi capienze nuove per la tessitura di parole.

Tassello una libreria, portatrice di saggezza. Nutro scaffali che parlino di universalità della morte, di senso, di secoli nei quali scrittori, poeti, nonni, amici, piante e tramonti mi hanno trasmesso piccole o grandi perle per attraversare l’assenza. La mia morte, la morte dei miei cari, è la morte di tutti dall’inizio dei tempi: non sono sola nell’interminabile ricerca d’una cuccia di significato.

Deposito quotidianamente fiori freschi sul tavolo. Boccioli di speranza, di gioie minuscole, di rossori improvvisi. Stupori. Profumi di gratitudine, di incontri nuovi, di delicatezze da pelle d’oca. Spalanco le finestre, arieggio di vita la morte affinchè più poeticamente si mischino in quell’amalgama che sono.

Accendo una candela al centro di un tappeto rotondo popolato di cuscini per i miei amici e compagni di nostalgia: che possiamo sederci comodi ma il più vicino possibili alla terra per non volare via da un dolore che ci chiede di essere condiviso dal basso; che possiamo esorcizzare nella condivisione ogni maledizione d’isolamento.

Chiudo gli occhi e ascolto il silenzio che permea di valore l’assenza. Lascio le casse del silenzio a tutto volume, senza avere paura -mi spaventa di più quando faccio rumore per non sentire- e accolgo da un Altrove inaspettate visite di consolazione.

Ecco il mio dono a te che vai, il bicchiere di rosso con cui brindo al tuo passaggio prezioso nella mia vita, il mio epitaffio per te sarà la custodia di un “dove in me” nel quale tu sempre potrai riposare.

lasciare il campo cantando (lettere dalla Pandemia)

Nei post che seguiranno accosterò frasi scelte dalle Lettere che Etty Hillesum scrisse nel campo di concentramento di Westerbork a risonanze  incontrate in tempo di pandemia. Affondo la mia traccia nella speranza di fare anima, toccare solitudini, valicare distanze. Desidero custodire l’esperienza umana solcata a piccoli passi lungo il filo spinato di questo tempo

 

“Credo che per noi non si tratti più di vivere, ma dell’atteggiamento da tenere nei confronti della nostra fine. […] Quasi tutte le persone di qui sono molto più povere del necessario, perché nel libro mastro della vita registrano la loro nostalgia degli amici e della famiglia come una perdita, mentre il fatto stesso che un cuore sia in grado di desiderare e amare così tanto bisognerebbe conteggiarlo fra i beni più preziosi. Accadono proprio dei miracoli in una vita umana, la mia è una catena di miracoli interiori. Ogni momento della propria vita in cui si è privi di coraggio è un momento sprecato.

Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Misha sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi e così Misha. Viaggeremo per tre giorni. Arrivederci da noi quattro.

Etty Hillesum “Lettere 1941-1943” Edizione Integrale Adelphi 2013 pag tra 117 e 155

 

Quando ti ammali poi

cambia tutto. Cambia la percezione del tempo perso del tempo preso. Sfuma la rabbia per chi non sta a casa, si stempera l’ansia per la crisi economica, s’annoiano i numeri della protezione civile. Rosoli in una febbre sciatta mentre controlli il fiato ad ogni battito del cuore. Giri intorno ad un tavolo con la stessa speranza con cui in certe mattine ti sei affidato ai boschi, senti un medico al telefono con una gentilezza che implora magie, allontani tutti di casa mentre li vorresti con te sotto le coperte a tenerti la mano. E chi lo porta il cane, e chi ha il coraggio di lanciarti la spesa. Si spegne finalmente la fatica dovuta di Skype: hai poco fiato e lo tieni per correre dietro a Dio.

E’ il momento di guardare negli occhi la paura celata dietro alle contestazioni sceme, agli attaccamenti viziati, alle ingenue nostalgie. Non t’importa di ricostruire l’albero genealogico del tuo virus, da chi e da come sia entrato nei tuoi polmoni se dal naso o dagli occhi e di che qualità fosse la mascherina e se hai infilato bene i guanti e di chi ti ha calpestato i piedi mentre facevi la spesa.  Non hai nelle mani la forza di tenere un libro e allora è il momento di calarsi dentro. Allestire un piccolo sottomarino del cuore che scende e fa grandi bolle mentre viaggia per l’anima a cercare conchiglie di una qualche poesia che non sapevi di portare a memoria. Trovare forzieri sommersi che conservano l’oro dei tuoi ricordi più antichi per nulla ossidati. Nascosti nella sabbia luminosi coralli di bene. C’è un antico veliero incastrato sul fondo: è la vita di tutti, il sacro passaggio che siamo che ha un inizio e una fine né un presto né un tardi. Il legnoso veliero ha accolto il vento portandosi in mare fino al grande tuffo, alla profondità, al silenzio, all’immobilità.

Atterrato in quel fondale, dentro di te, non c’è più ossigeno… stai nuotando sai? Se hai ancora una piccola riserva di amore, affida a quella bottiglia l’ultimo messaggio.

Chi la raccoglierà troverà il tuo:

“grazie”

saprà che hai lasciato il campo cantando.

 

IMG_6004

radicarci (lettere dalla Pandemia)

Nei post che seguiranno accosterò frasi scelte dalle Lettere che Etty Hillesum scrisse nel campo di concentramento di Westerbork a risonanze  incontrate in tempo di pandemia. Affondo la mia traccia nella speranza di fare anima, toccare solitudini, valicare distanze. Desidero custodire l’esperienza umana solcata a piccoli passi lungo il filo spinato di questo tempo

“Mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce -non ci posso fare niente, è così, è di una forza elementare-, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremmo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere: E se sopravviveremo indenni a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra a guerra finita.”

Etty Hillesum “Lettere 1941-1943” Edizione Integrale Adelphi 2013 pag.97

Il senso nuovo è il seme caduto nella terra. Improvviso è buio, solitudine, silenzio. La terra lo sommerge e della terra respira. Sopra è neve è pioggia è cielo. Dentro è caldo, è vermi, è humus.

Qualcuno si è accorto che fossimo rimasti senza radici. Alberi pavoni del cielo in sfilate di colori senza fondamento. Bastava un colpo di vento…

Tornado è arrivato, spazzato via tutto.

Rimasto il piccolo seme fissato sotto la terra.

Rimasta l’attesa, attendere e rimanere. Passare stagioni, immaginare stagioni, fiducia cercare.

acqua,

sali minerali,

calore,

fortuna,

tempo,

ancora tempo.

Fino a ché il seme sente di esplodere, spingono in lui per uscire come filiformi e diramati arti. Lunghissimi. E poi il seme è tutto arti e abbraccia la terra e poi il seme non è più seme ma è tutto radice. E poi radice spinge verso la superficie ed è… germoglio.

Il senso nuovo è vedere per la prima volta la luce dopo aver abitato sotto la terra.  Avere sentito la mancanza. Avere avuto paura di implodere. Avere avuto paura di esplodere. Avere creduto. Avere abbracciato tutto. Essersi radicati. Aver spinto verso l’alto. Essere nati germoglio, figlio della terra che sposa il cielo.

 

IMG_4705IMG_7814

lasciarsi cadere (lettere dalla pandemia)

Nei post che seguiranno accosterò frasi scelte dalle Lettere che Etty Hillesum scrisse nel campo di concentramento di Westerbork a risonanze  incontrate in tempo di pandemia. Affondo la mia traccia nella speranza di fare anima, toccare solitudini, valicare distanze. Desidero custodire l’esperienza umana solcata a piccoli passi lungo il filo spinato di questo tempo.

“La gente si smarrisce dietro ai mille piccoli dettagli che qui ti vengono quotidianamente addosso e in questi dettagli si perde e annega. Così non tiene più d’occhio le grandi linee, smarrisce la rotta e trova assurda la vita. Le poche cose grandi che contano devono essere tenute d’occhio, il resto si può tranquillamente lasciare cadere. E quelle poche cose grandi si trovano dappertutto, dobbiamo riscoprirle ogni volta in noi stessi per poterci rinnovare alla loro fonte”

Etty Hillesum “Lettere 1941-1943” Edizione Integrale Adelphi 2013 pag. 87

 

Dal cielo della primavera è piovuto qualche fiocco di neve, tuonano maledizioni dai balconi: che non si possono raggiungere le montagne, che non si può scendere in giardino a costruirsi un pupazzo o a tirarsi palline che cavoli ‘pure la neve e già siamo in casa!’.

Il singolo fiocco leggero, microscopico paracadutista, si lancia su terra di Pandemia, stranito non trova gli umani ma solo droni che gli umani li cercano dal cielo. Precipita e dall’alto scorge ambulanze, carabinieri, polizie… qualcosa di aperto: farmacie.

Le altre sue vite in cui era caduto si era imbattuto in sciatori, alpinisti, automobilisti irritati senza gomme da neve, vecchi lentissimi aggrappati ai corrimano, bambini su slittini, cani che corrono come fossero Bolt.

Posare lo sguardo su quell’unico fiocco di neve, seguirne la caduta leggera: immaginare il malato allettato che scorge il fiocco dalla finestra di un grande ospedale e si ricorda che non è tutto lì che le stagioni vanno avanti, che fuori c’è il cielo. Immaginare il medico esausto, l’infermiere indefesso che solcano il corridoio si guardano e dicono ‘nevica’ e per un attimo sorridono come fossero due bambini al risveglio il  giorno di Natale. Immaginare i parenti di chi da poco se n’è andato che sanno il proprio caro ad un funerale con solo il prete e ringraziano il fiocco di neve di cadere come un fiore gettato sulla bara.

Dal cielo della primavera è piovuto un fiocco di neve e tu prova a immaginare … quanto sei disposto a lasciarti cadere.

 

3846c284-c8ba-44f3-9f4d-24df284f64b1

 

amori in quarantena (lettere dalla pandemia)

Nei post che seguiranno accosterò frasi scelte dalle Lettere che Etty Hillesum scrisse nel campo di concentramento di Westerbork a risonanze  incontrate in tempo di pandemia. Affondo la mia traccia nella speranza di fare anima, toccare solitudini, valicare distanze. Desidero custodire l’esperienza umana solcata a piccoli passi lungo il filo spinato di questo tempo.

 

“Io cammino nel fango tra le baracche di legno, e allo stesso tempo cammino per i corridoi di quella che da sei anni è la mia casa; ora sono seduta a un tavolino disordinato in un piccolo ambiente rumoroso, ma sono anche seduta alla mia amata, caotica scrivania. Molte persone mi dicono ‘non vogliamo ricordare niente della vita di prima, altrimenti non saremmo in grado di vivere qui. Mentre io posso vivere così bene qui proprio perché ricordo perfettamente ogni cosa di ‘prima’ (per me non è neppure un ‘prima’) e continuo la mia vita.

“Etty Hillesum “Lettere 1941-1943” Edizione Integrale Adelphi 2013 pag. 79

 

Il rapporto con ciò da cui sono tenuto distante, l’idea di mancanza delle cose che amo, la nostalgia, l’astinenza, la disperazione, il desiderio, il capriccio, la tenacia, la resa… si giocano a piedi nudi  lungo il perimetro del filo spinato.

Eserciti e decreti tracciano confini di stato su comuni limitrofi e non posso raggiungerti se sei ad un quarto d’ora a piedi perché rischio il penale. E non posso toccarti se fra noi c’è uno schermo e con chi sei tu e perché non sei qui. E stai lì che sei infetto e vieni qui nella notte se mi ami davvero…

Sono cresciuti dalla domenica al lunedì come altissimi muri di Berlino  e siamo rimasti Romeo e Giulietta, Leopardi e Silvia, Abramo e la Terra Promessa. E ci sono un balcone, una siepe, un mar rosso ma non ci sei tu.

La dipendenza, l’ossessione, la gelosia, la paura della solitudine, il timore d’amare… sono virus preesistenti la pandemia e trovano terreno fertile nello spazio proiettivo del vuoto. Si contano millimetri oppure chilometri alla misura diversa delle paure d’ognuno.

Rilke afferma ‘le relazioni d’amore possono verificarsi solo in casi di grande abbondanza spirituale, solo tra coloro che hanno ognuno nella propria individualità ricchezza, ordine e raccoglimento interiori, solo due mondi ampi, profondi e originali possono unirsi (…) . Nessuna felicità è più grande di quella che proviene dal lavoro, e l’amore, che è la più estrema delle felicità, non può essere altro che lavoro. Chi ama quindi deve cercare di comportarsi come se si apprestasse ad una grande impresa: deve passare molto tempo da solo ed addentrarsi nel proprio intimo, contenersi, trattenersi, deve lavorare, deve divenire qualcosa’.

E’ tempo di stare fondati, di fare memoria, di tenere all’oro. E’ tempo di rinforzare il sistema immunitario del nostro cuore. E’ qui che questo isolamento forzato si fa banco di lavoro. Riaccarezzare i ricordi, innaffiare il giardino nel quale sarò pronto a ri-accoglierti nelle tue preziosissime differenze… e quando ti abbraccerò di nuovo, quando avremo depositato l’amuchina, quando abbasseremo le mascherine per ritrovare ancora le labbra ‘di prima’ sarà un bacio nuovo, dentro al bacio trafugato, per tutta una quarantena.

IMG_2632