Pieghe tra le pagine blog

Rumi

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

“Sono immerso nella luce,
il mio tetto è andato distrutto
e sono diventato un giardino”

“Amici, stiamo viaggiando insieme.
Abbandonate la stanchezza e lasciate che vi mostri
una piccola goccia dell’inesprimibile bellezza”

“L’amore è la religione in me.
Qualunque strada scelga il cammello dell’amore,
quella via diviene la mia fede,
la fonte della bellezza,
e una luce di sacralità
sopra ogni cosa”

“Non ti accontentare delle storie,
o di come le cose siano andate per gli altri.
Sviluppa i tuoi miti.”

” Cerco un cuore straziato dalla separazione
per versarvi il dolore del desiderio”

Ascolta e senti la bellezza della tua separazione,
l’indicibile assenza.

C’è una luna dentro ogni essere umano.
Impara ad essere in sua compagnia.
Dona più della tua vita a questo ascolto

” Tutto ciò che entra nel cuore è un ospite del mondo invisibile:
trattalo bene. Ogni istante, ogni giorno un pensiero giunge come un ospite di riguardo nel tuo cuore.
Anima mia, considera ogni pensiero una persona,
poiché il valore d’ogni persona è nel pensiero che essa nutre.
Se si presenta un pensiero doloroso,
pure prepara la strada alla gioia.
Se la mano del dolore non contiene la perla,
lasciala andare e sii ancora contento.

Accresci la tua dolce pratica,
un giorno il tuo bisogno verrà improvvisamente appagato”.

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Lontananze

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

“Quando si arriva ad accettare che persino fra gli esseri umani più legati continuino ad esistere distanze infinite, si può vivere meravigliosamente fianco a fianco se ciascuno riesce ad amare quella distanza in modo da vedere l’altro stagliarsi contro il cielo nella sua completezza”

Rainer Maria Rilke “lettere”

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Bivacchi

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

 

Vi sono montagne esterne e montagne interiori e la loro stessa presenza ci attira, ci sfida a scalarle. Forse l’autentico insegnamento di una montagna è che la si porta tutta dentro di sé, sia quella esterna, sia quella interiore. A volte la si ricerca ripetutamente senza trovarla, finché arriva il momento in ci si è effettivamente motivati e preparati a trovare la via che dalla base porta alla cima. La scalata è una possente metafora della ricerca nella vita, del percorso spirituale, del cammino di crescita, trasformazione e comprensione. In definitiva, la vita stessa è la montagna, la maestra che ci offre occasioni perfette finalizzato alla crescita di forza e saggezza. In effetti, l’avventura è la scalata, non stare in vetta. Senza dimenticare di rifornire il bivacco che si lascia per coloro che verranno in seguito e di scendere la montagna in modo da trasmettere agli altri scalatori le conoscenze acquisite perché possano approfittare di quanto si è appreso durante l’ascensione.

Alzarsi presto al mattino può avere l’effetto di infondere grande forza nella vita di una persona, indipendentemente dalla pratica della consapevolezza. Solo assistere al sorgere del sole ogni giorno, è di per sé un segnale di risveglio.

La corsa affannosa della giornata non è ancora iniziata. Lascio il letto e dedico un’ora al mio essere, senza far nulla. Dopo 28 anni questa abitudine non ha ancora perso il suo fascino. Talvolta ho difficoltà a svegliarmi e la mente o il corpo fanno resistenza, ma è fondamentale meditare comunque, anche se non me la sento. Una fra le principali virtù della disciplina quotidiana è l’acquisizione di una certa permeabilità ai richiami di stati d’animo transitori. L’impegno ad alzarsi presto per meditare diventa indipendente dal volerlo assolvere un determinato mattino. La pratica ci richiama ad uno standard di vita più elevato, ricordare l’importanza dell’ essere vigili e la facilità con la quale si può scivolare dentro uno schema di vita automatica, priva di attenzione e sensibilità. Il solo alzarsi presto per praticare l’inattività è un processo temprante. La disciplina apporta costanza indipendentemente dal risultato del giorno precedente e di quello che si sta per intraprendere. Io mi applico in modo particolare a ricavarmi uno spazio per la pratica formale, anche per pochi minuti, nei giorni che si prospettano densi di avvenimenti, felici o sgradevoli, quando ci sarà molto da fare e i sentimenti si esprimeranno con la massima intensità. In questo modo è meno probabile che mi sfugga il significato intimo di questi momenti e potrei anzi superarli con maggior agio.

“L’arte più degna è influire sulla qualità del giorno” Thoreau, “Walden”

Si deve essere disposti a lasciare che sia la vita a divenire maestra. La sfida della consapevolezza è lavorare precisamente con le circostanze in cui ci si trova – per quanto spiacevoli, scoraggianti, restrittive, interminabili e senza uscita possano sembrare- e assicurarsi di aver fatto tutto ciò che era in nostro potere per utilizzare le energie e trasformarsi, prima di decidere di limitare le perdite e passare ad altro. “Lo scopo della meditazione non è l’illuminazione; sta piuttosto nel dare attenzione anche ai momenti non straordinari, nell’appartenere al presente, a nulla se non il presente, nel portarsi questa coscienza dell’adesso in ciascun evento della quotidianità” Paul Matthiessen ‘Il leopardo delle nevi’. Ciascun bambino  – o cane – che arrivi nella nostra vita, può essere considerato un piccolo Budda o maestro Zen, un insegnante personale di consapevolezza, paracadutato nella mia vita, la cui presenza e le cui azioni avrebbero certamente toccato ogni corda e messo alla prova ogni mia convimzione e limitazione, offrendo continue occasioni per verificare se fossi attaccato a qualcosa e disposto a distogliermene.

Indagine non significa trovare risposte, specialmente rapide, frutto di un pensiero superficiale. Vuol dire chiedere senza attendersi risposta, riflettere sulla domanda, portare l’interrogativo dentro di sé, lasciarlo filtrare, ribollire, cuoecere, maturare, entrare e uscire dalla coscienza, come tutte le altre cose. Per indagare non è necessario stare immobili. L’indagine e la consapevolezza possono avere luogo simultaneamente. Sono infatti la stessa cosa, proveniemti da direzioni diverse. L’indagine non consiste tanto nel pensare le risposte, anche se domandare produrrà molti pensieri che sembreranno risposte, quanto invece nel prestare attenzione alle immagini evocate dal nostro interrogatorio, come se fossimo seduti sulla sponda del fiume dei nostri pensieri, ascoltando l’acqua che scorre sopra e attorno alle rocce, ascoltando, ascoltando e osservando una foglia e un ramo trasportati dalla corrente.

Non tentiamo con tanto accanimento di essere ‘qualcuno’ proviamo invece direttamente ad essere. Partiamo da dove ci troviamo per lavorare qui. Meditazione non significa spersonalizzarsi, bensì vedere le cose come sono, non distorte dai nostri processi mentali. Se smetteremo di cercare di apparire migliori di quanto siamo, per timore di essere inferiori al nostro autentico valore, la nostra personalità reale sarà più autentica e felice, oltre che più sopportabile per gli altri.

Forse la cosa più ‘spirituale’ che ciascuno di noi può fare è semplicemente guardare con i propri occhi, vedere con occhi di completezza, e agire con integrità e tenerezza.

Tratto da “Dovunque tu vada ci sei già” Jon Kabat Zinn

Tempratura

La meditazione aiuta a risvegliarsi da un sonno di automatismo e inconsapevolezza ponendoci nelle condizioni di vivere la nostra vita godendo pienamente di tutte le nostre potenzialità consce e inconsce.  Si fonda sull’autoindagine, la messa in discussione della nostra visione del mondo, della posizione che vi occupiamo e l’apprezzamento della pienezza di ciascun momento della nostra esistenza, il mantenimento del contatto con la realtà. Consapevolezza significa prestare attenzione in modo peculiare: di proposito, nel momento presente e senza presunzione. Essa fornisce un modo semplice ma vigoroso per sbloccarsi e recuperare saggezza e vitalità, per riappropriarsi del significato e della qualità della propria vita, compresi i rapporti con la famiglia, l’ambiente di lavoro, il mondo e l’intero pianeta in generale, ma, soprattutto del rapporto con se stessi come persone.

L’abitudine d’ignorare la realtà attuale provilegiando i momenti futuri conduce direttamente a una totale mancamza di attenzione per la quotidianità in cui siamo coinvolti. A questo si aggiunge una mancanza di lucidità e comprensione di come la nostra mente condiziona le nostre percezioni e azioni Essa limita drasticamente la nostra concezione della persona come tale, dei rapportireciproci e del mondo che ci circonda.

Quando ci impegnamo a prestare attenzione senza riserve, senza facrci codizionare da preferenze o antipatie, opinioni e pregiudizi, proiezioni e aspettative, si aprono nuove possibilità e ci viene offerta l’occasione  di liberarci dalla camicia di forza dell’inconsapevolezza. Il principio fondamentale è essere se stessi, trovarsi in armonia con la propria natutra più profonda e lasciare fluire liberamente al’esterno. vuol dire svegliarsi e vedere le cose come sono, riconoscere la propria vera natura. non vi è nulla di freddo, analitico o insensibile in questo. La pratica della consapevolezza si esprime con dolcezza, comprensione e attenzione. In altri termini, amorevolezza.

Il flusso incessante di pensieri che emanano dalla nostra mente ci lascia scarsissimi momenti di sollievo interiore. veniamo travolti dalla corrente che finisce col sommergere la nostra vita portandoci dove forse non intendiamo andare, senza neppure esserecoscienti della direzione. Meditazione significa imparare a svincolarsi dalla corrente, sedere sulla sponda ascoltarla, trarne insegnamento e poi sfruttarne le energie per farci guidare anziché dominare.  La pratica di meditazione è lo sforzo di coltivare la nostra capacità di vivere il presente.

“Se la tua mente non è annebbiata da pensieri inutili, questa è la miglior stagione della tua vita” Wu-Men

L’unico modo per realizzare qualcosa di valido è fare in modo che provenga dal non-agire, senza preoccuparsi se sarà utile o meno. Altrimeti l’autocoinvolgimento e l’avidità possono insinuarsi e distorcere il rapporto col lavoro. Il non-agire può essere attuato all’interno dell’azione o dell’immobilità. La quiete interiore di chi opera si fonde con l’attività esterna al punto che l’azione crea se stessa. Nessuna applicazione dlla volontà, nessun ‘Io’ che rivendichi un risultato, il non-agire è la pietra angolare della maestria in qualsiasi campo dell’attività. In certe situazioni, sono utili anni di pratica e di esperienza che fanno emergere un’imprevista capacità di lasciare che l’esecuzione si svolga al di là della tecnica, dell’esercizio, del pensiero.

Alcuni atteggiamenti costutuiscono terreno fertile.

La pazienza è quasi inevitabile per coltivare anche la consapevolezza e renderà la pratica più ricca e matura. Essa è un’alternativa all’endemica irrequietezza e insofferenza della mente. Scalfite la superficie dell’impazienza e al di sotto, ad una profondità variabile, troverete la rabbia. Questo non significa che non bisogna affrettarsi quando è il caso. E’ persino possibile affrettarsi con pazienza e consapevolezza, nuovendosi velocemente per propria scelta. La pace e la determinazione a portar pazienza possono svilupparsi solo coltivando la compassione non limitata agli amici ma sentita egualmete per coloro che per ignoranza spesso interpretata come malvagità, possono causare sofferenza a voi e ai vostri cari. Non si tratta di una manifestazione spontanea; occorre praticarla e coltivarla. I sentimenti di collera emergono ugualmente, ma l’ira può essere usata, strumentalizzata, controllata in modo che le sue energie alimentino pazienza, compassione, armonia e saggezza in noi e forse anche negli altri.

Cercare di evitare ogni forzatura, ma scoltare attentamente cosa dice la corrente del fiume. cosa consiglia di fare? se suggerisce di non agire, limitarsi a respirare, lasciare le cose come stanno, lasciare correre con pazienza, continuare ad ascoltare. se il fiume dice qualcosa, intervenire, ma consapevolmente. Poi fare una pausa, attendere con pazienza, e ascoltare ancora.

Lasciar correre significa preferire la trasparenza alle forti pulsioni delle nostre simpatie e antipatie personali e all’inconsapevolezza con cui vi restiamo affezionati. Essere trasparenticomporta lasciare interagire paure e insicurezze nell’ambito della piena consapevolezza. Ammettere l’esistenza di uno schermo inconscio fra noi e i nostri interlocutori che filtra, colora, piega e distorce la visione.

Astenersi dal giudicare

Coltivare un atteggiamento fiducioso

Generosità: dispensare la pienezza del proprio essere, del meglio che si ha in sé, l’entusiasmo, la vitalità, lo spirito, la fiducia, la disponibilità e soprattutto la presenza. dare più di quanto si creda di poter dare fiduciosi di essere più ricchi di quanto si pensi. Celebrare questa ricchezza, dare come se fosse inesauribile. Questo è dare regalmente.

Praticare la semplicità volontaria: fare una sola cosa alla volta e assicurarmi di essere partecipe, recarsi in meno anzichè in più luoghi in un giorno, vedere meno, per vedere meglio, acquisire meno, per avere di più. Rallentare i ritmi, non reagire all’impulso di chiamare proprio in quel momento, scegliere di non acquistare cose nuove senza riflettere, rimanere a casa senza far nulla o a leggere un libro, uscire a passeggiare da soli, andare a dormire presto… esercitarsi a dire no per mantenerela semplicità della propria vita. Impegnarsi alla semplicità in questa vita frenetica richiede un delicato equilibrio, correzioni, indagine costante, attenzione. Scegliere la semplicità, quando è possibile apporta alla vita un elemento di grande libertà e molte occasioni per scoprire che in realtà il meno può corrispondere al più.

La concentrazione ovvero astenersi deliberatamente dall’indagare quali direzioni abbia preso la mente nelle sue divagazioni sui motivi delle fluttuazioni della respirazione. Questo sviluppa una calma caratterizzata da una notevole stabilità; imperturbabile, profonda, indipendente dalle sollecitazioni esterne. Tuttavia per quanto intensa e soddidfacente, la pratica della concentrazione è incompleta se non è integrata e approfondita dalla consapevolezza.

La visione: La pratica stessa dovrà divenire l’esternazione quotidiana della vostra visione e comprendere gli aspetti per voi più validi. Questo non significa tentare di cambiare o essere diversi da ciò che si è. Si tratta piuttosto di aver ben presente quello che per voi è più importante, evitando che vada perduto o sia travisato in un momento particolarmente difficile o in un tumulto di emozioni.

Un lavoro interiore di questo genere, inteso a prendere coscienza della propria psiche è di per sé un’iniziazione, un processo di tempratura che di solito implica un forte fervore, per perseverare. Ma il risultato sarà padronanza, perdita dell’ingenuità,raggiungimento di un ordineinteriore che non si può ottenere senza disciplina, il fervore, la discesanella parte più oscura di noi stessi e la paura. Perfino le sconfitte spirituali che subiremo serviranno a temprarci. Gli junghiani lo definiscono lavoro dell’animp, lo sviluppo della profondità di carattere grazie alla conoscenza dei tortuosi labirinti della nostra mente. Il vostro respiro è come il filo che vi guiderà lungo il labirinto.

Tratto da “Dovunque tu vada ci sei già” di Jon Kabat-Zinn

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Liberazione

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Alcune volte non abbiamo scelta se non quella di scendere nell’oscurità e resistere a tutto l’orrore e la sofferenza che incontriamo. Senza nemmeno avere un barlume di speranza di trovare una soluzione che ponga fine a questa sofferenza. Se dobbiamo andare incontro a quello che accade con consapevolezza e accettazione è perché non esiste un’alternativa intelligente e praticabile. Se vi andiamo incontro non è per rassegnazione o resa ma per avere una relazione più saggia con tutto quello che c’è, con tutto quello che è stato e con il mistero di quello che sarà. C’è della forza in questo. C’è della dignità. Si tratta di risiedere con intensità e consapevolezza in quello che c’è. La buona volontà di stare in quello che non si conosce, con la consapevolezza di sapere e non sapere, capendo esattamente come rispondere a quello che emerge in un dato momento, entro le circostanze che troviamo, con gentilezza verso noi stessi e verso coloro che più necessitano della nostra tenerezza e chiarezza. Qui risiede la liberazione dalla sofferenza. La liberazione è nella pratica e in ogni momento in cui prendiamo rifugio nel campo del non sapere. Questi sono i momenti in cui possiamo prendere l’iniziativa in presenza di quelle narrative interiori che annunciano disperazione e fallimento. E anche nel momento in cui perdiamo le nostre menti e i nostri cuori, possiamo comunque ricominciare nell’attimo successivo, o nonappena ci sentiamo pronti. Possiamo ritornare più e più volte verso quel qualcosa di profondo e solido che è dentro di noi, che è affidabile, che è intero. La nostra stessa consapevolezza ha la capacità di liberarci, almeno temporalmente, dagli elementi tossici del pensiero e da quella abitudine alla sofferenza che generalmente emerge quando non è esaminata e accolta con consapevolezza. E’ fondamentale allinearsi intenzionalmente con il ‘non nuocere’ come fosse il nucleo centrale della motivazione  e il fondamento della pratica per acquisire una prospettiva diversa mediante la quale entrare in relazione con i propri stati transitori e con i propri più importanti bisogni.

Il primo veleno è l’avidità. Crediamo che ottenendo quel che ci manca ci sentiremo nuovamente completi, e questo è vero in parte. Ci si sente meglio, fino al momento in cui ci sentiamo nuovamente incompleti, a quel punto vogliamo afferrare un po’ di più. Questo dà inizio ad una cascata di insoddisfazioni senza fine: non significa che non dobbiamo desiderare delle cose o non avere obiettivi o ambizioni, ma semplicemente che potremmo generare meno sofferenza in noi e negli altri quando siamo consapevoli di quanto siamo attaccati ai nostri desideri. A quel punto, raggiunta la consapevolezza, possiamo permetterle di modulare i nostri pensieri, emozioni e azioni.

L’avversione è il rovescio della medaglia dell’avidità. Anche questa emerge da un attaccamentonon analizzato dei nostri desideri: solo che in questo caso si tratta del desiderio di volere che le cose siano diverse da come sono. La consapevolezza dell’avversione ci ricorda che non dobbiamo costantemente essere prigionieri dell’avversione rispetto a ciò che accade, che possiamo lasciarle andare come il fumo di una candela spenta. Questo non significa che non agiremo con forza rispetto a circostanze nocive o che ci minacciano: prendere una posizione di fronte ad eventi nocivi è una componente importante del vivere una vita integra, vigile, fatta di attenzioni. In effetti, a seconda delle circostanze, può trattarsi di un’attuazione e di un’incarnazione della nostra chiarezza, della nostra saggezza e della nostra compassione. Ma a quel punto non sarebbe più nulla di personale, piuttosto sarebbe invece la manifestazione della nostra interezza.

Il terzo veleno è l’illusione, noi viviamo dentro la bolla della narrazione di quel momento, molto spesso fraintendendo causa ed effetto degli eventi e di conseguenza rimanendo imprigionati in emozioni e pensieri che sono imprecisi e fuorvianti, troppo spesso la storia della nostra vita, non compresa e illusoria, diviene una profezia autorealizzante.

Il nocciolo della questione consiste nel vedere l’avvicendarsi tra questi diversi stati mentali e gli effetti nel corpo e coglierne le reazioni realmente avvertite, momento dopo momento. La chiave per cogliere e comprendere ciò che succede e per liberarci dall’impeto delle nostre inconsce abitudini, consiste nella possibilità di cogliere il momento in cui la mente registra per la prima volta tutto ciò che accade e lo registra come piacevole o spiacevole oppure né piacevole, né spiacevole. Questa è la prima e più importante lente che ci permette di conoscere tutti gli oggetti di attenzione. E può fare la differenza ma solo se riusciamo ad essere consapevoli di questo meccanismo di valutazione inconsapevole ed automatico. A questo consegue ‘desiderare di prendere’ ‘aver bisogno di scacciare’, ‘ignorare’. Quindi la consapevolezza di ciò che è piacevole, spiacevole o neutro, in qualsiasi momento della nostra vita, è la chiave per non essere preda dell’avidità, dell’avversione e dell’ignoranza. La sofferenza non risiede né nella piacevolezza né nella spiacevolezza, ma nell’avversione e nella cupidigia: sta nell’attaccamento e nell’autoidentificazione. La liberazione dalla sofferenza è la liberazione dall’avidità, dall’avversione, dall’ignoranza.

Attitudini fondamentali sono il non giudizio, la pazienza, la mente del principiante, la fiducia, il non cercare risultati, l’accettazione e il lasciar andare. (pag 119-130)

Accettazione fondamentalmente significa comprendere come stanno le cose, trovare nuove modalità per avere una relazione saggia con esse e poi agire in modo appropriato, con una visione più chiara delle cose. Liberarsi da una narrazione mentale che dice ‘devono esserci certe condizioni affinché questo momento sia un momento felice permette che nel momento successivo se sarà appropriato agire tu agirai, ma lo farai in piena presenza della mente e del cuore, grazie alla tua intelligenza emotiva e  on perché ti senti ‘sequestrato’ dai tuoi sentimenti, da ciò che, nel tuo intimo, senti di non poter accettare. Oppure non agirai in quel modo o non sarai così consapevole come speravi di essere, ma imparerai anche da questo. Lasciare andare non significa allontanare le cose ma non provare attaccamento, in particolare non provare attaccamento nei confronti del risultato. Implica non continuare a desiderare quel che vogliamo ottenere e non rimanere legati a quel che già abbiamo, o semplicemente a quel che pensiamo di dover avere. Lasciar andare significa anche non rimanere ancorati a quel che odiamo, a quello verso cui proviamo una fortissima avversione. L’avversione è solo un’altra forma di attaccamento. Quando coltiviamo l’intenzione di lasciar andare le cose per come sono, significa che riconosciamo che siamo molto più grandi e molto più ‘aperti’ della voce che continua a dirci ‘non può essere così’ oppure ‘deve andare così’. Calarsi nell’essere significa non dover scacciare più nulla. Abbracciare la realtà nella sua totalità in modo nuovo: è un modo di essere che si sviluppa attraverso la pratica.

Tratto da “Mindfulness per principianti”, Jon Kabat ZinnPieghe tra le pagine blog

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Come se la nostra vita dipendesse da questo

Citazioni libere e scelte fra passi spontaneamente incontrati

Essere attenti , in modo intenzionale e senza pregiudizi, al momento presente.

La topologia emotiva del momento in cui si inizia, del momento in cui ci si è accorti di volersi connettere con se stessi è intensa e strettamente personale. Essere presenti alle sensazioni del respiro nel corpo è una pratica che contiene in sé tutto ciò di cui abbiamo bisogno per coltivare l’intero campo della nostra umanità, compresa la capacità di essere saggi e di provare compassione. Quello che importa è la relazione fra il percettore e l’oggetto che viene percepito. Tutto questo si fonde in un dinamico tutt’uno di consapevolezza, e questo perché percettore e oggetto non erano mai stati separati. Perché in origine c’è solo consapevolezza.

Il lavoro e l’avventura di tutta una vita è quello di non rimanere intrappolati né nel passato, né nelle nostre idee e concetti, ma di rivendicare l’unico momento che abbiamo veramente, che è sempre questo. Prendersi cura di questo momento può avere un significativo impatto su quello successivo e quindi sul futuro: il nostro e quello del mondo. Se possiamo essere consapevoli di questo momento, possiamo fare in modo che il prossimo momento sia davvero differente, anche in modo creativo, poiché grazie alla nostra consapevolezza, sapremo evitare di far pesare su esso altre aspettative.

Coltivare un approccio di vita metodico e pragmatico dedicandosi con continuità a pratiche meditative è un modo per imparare a stabilizzare la mente. I nostri sforzi più convinti possono infatti essere annullati con facilità dai modi in cui ci distraiamo. Vi è una disciplina che ha a che fare con la ferma volontà di richiamare l’ampiezza della consapevolezza, volta dopo volta, sull’oggetto da cui si allontana, qualunque esso sia, anche se dovessimo sentire che siamo spinti verso mille differenti direzioni. La parola disciplina viene da discepolo, che connota chi è disposto ad imparare a creare le condizioni per imparare qualcosa di fondamentale dalla vita; ogni atto della vita diventa pratica meditativa e la meditazione diventa il maestro. E’ proprio qui che dovremo trovare la nostra vera libertà, è qui che potremo avere l’esperienza di un momento di genuina felicità, un momento di equanimità, un momento di pace. Ogni momento ci regala infatti un’opportunità di capire che non dobbiamo più soccombere di fronte alle vecchie abitudini, quelle che funzionano al di sotto del livello della nostra consapevolezza.

Se saremo in grado di portare, provando e riprovando, delicatezza e gentilezza anche nel più breve dei momenti che viviamo, allora potremo gustare la possibilità di essere finalmente a casa, in pace con le cose, così come sono senza dover cercare di cambiare o aggiustare nulla di questo momento. Questo orientamento esistenziale costituisce non solo una disciplina gentile e curativa, ma anche un radicale atto di amore e salute. Esso conduce alla scoperta del desiderio di vivere una vita più integrata, di sperimentare la non frammentazione. Di essere a casa nella nostra pelle. Siamo come degli universi, ognuno di noi. Siamo senza limiti. “Sono grande! Contengo tutto!” Walt Whitman.

Potrebbe davvero essere il lavoro di una vita porsi alcune domande “Cosa desidera il mio cuore?” “Cosa mi sta chiedendo il mio corpo in questo momento?” “Qual è la mia via?”… le risposte a queste domande potrebbero cambiare con il tempo. Potrebbero maturare. Forse la quiete farà già parte di ciò. Forse il silenzio. Forse decidere di agire con convinzione, grazie ad una ‘attenzione affettuosa’, un’attitudine di gentilezza e compassione verso se stessi  date dal conoscere intimamente la propria stessa mente.

Quando la tua attenzione si sposta dal respiro, non è un errore, e non significa che sei un cattivo meditatore. E’ semplicemente quello che è successo in quel momento. La cosa importante è che tu la abbia notato. Questa consapevolezza è molto più importante del fatto che la tua attenzione in un momento specifico sia focalizzata sulle sensazioni del respiro o non lo sia. Se capiamo questo, la distrazione della mente e la sua inaffidabilità diventano i nuovi validi oggetti di attenzione in ogni momento. Per ogni nuovo momento esiste la possibilità di vedere ciò che effettivamente accade (ed è ciò che chiamiamo discernimento) anziché cadere nel giudizio. Sospendere il giudizio, o non giudicare il giudizio che emerge, è un atto di intelligenza, non un atto di stupidità. E’ un atto di gentilezza nei confronti di te stesso.

Il cammino verso la liberazione dalla sofferenza  si riferisce alla sofferenza che creiamo in noi stessi in aggiunta a quella che deriva dagli avvenimenti naturali e umani, che sono oltre il nostro controllo. Esiste una forma di sofferenza che ci creiamo da soli e che si va ad aggiungere a quella causata dalle circostanze esterne. Se sei un essere umano a volte soffrirai, è parte integrante della condizione umana, è ineludibile. Avere un corpo implica sofferenza. Avere una mente che non conosce se stessa implica sofferenza. Quindi soffriremo. Potresti anche contribuire alla sofferenza di altri senza accorgertene. La parola ‘soffrire’ deriva dal latino ‘sufferre’, il cui significato è ‘portare o trasportare’: il modo in cui decidiamo di relazionarci con la sofferenza può fare la differenza.

Tratto da “Mindfulness per principianti”, Jon Kabat-ZinnUNADJUSTEDNONRAW_thumb_15440

L’abisso felice

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

“Ci si urta nella notte, e ognuno di fatto inciampa nel proprio tormento interiore, la relazione si infetta di questi duplici dolori inconfessati. E’ necessario che ognuno abbia perduto abbastanza per accettare che l’altro sia ciò che è, e che in tal modo la relazione non resti chiusa nel cerchio infernale della rivendicazione reciproca. Non c’è dominio sull’altro, non c’è dominio su se stessi! Si ripete ciò che si è sofferto: lo scenario della logica infernale, che giunge da monte -genitori, nonni, fino a perdersi nella notte dei tempi- questo scenario riprende senza che si riesca a vedere a che punto ci si trova. Siamo quella pasta umana così terribilmente dura da penetrare e da sollevare, e anche a questa natura non si comanda se non, obbedendole. Il cammino dell’amore passa di qua.

L’abbandono riappare qui come l’altra faccia dell’infelicità. Permette di trattare l’essere umano come una cosa: è l’anima della distruzione. E tuttavia superare l’abbandono – lasciare questo spazio del subìto, dell’inflitto- suppone che sia possibile abitare l’altro spazio: quello di una tenerezza primordiale, di un calore che nessuno sforzo e nessuna moralità sono in grado di produrre.

C’è un perdono che imputridisce, che di fatto imprigiona il perdonato in una colpevolezza senza speranza, o che costringe il perdonante ad interpretare una parte che non è sua. E c’è un perdono che è il dono al di là: al di là di tutto. Questo perdono precede.

Un amore che non viene fatto pagare all’altro, e soprattutto non intende “fargli del bene”. Ma più in generale non reclama, non rivendica. Ascolta: si lascia dire anche ciò che lo ferisce, lo tortura, lo spinge verso le logiche infernali (…) non si lamenta degli altri, non geme sulle loro mancanze. Accetta di soffrire dell’altro: soffre della sofferenza che provoca quando non può fare altrimenti, ma è senza risentimenti contro colui o colei che gliela impone.

Essendo tutti noi nella stessa condizione, nessun amore dev’essere disprezzato. Si ama con ciò che si è, a volte con il proprio odio. E come evitare che il cambiamento della relazione, quando si muove verso una maggiore verità, possa avvenire senza passare attraverso l’odio? Nessun amore sarà disprezzato. Abbiamo solo un nemico: la disperazione. Un solo nemico: la cupa tristezza che tutto invade e disfa il legame meraviglioso che ci permetteva di essere uno in noi stessi e con i nostri vicini, sino all’infinito. Un solo nemico: quella tristezza tenebrosa, quell’amarezza che odia la nascita e la vita.

 

Che cosa resta?

Chiedere

Cercate e troverete. Perché la ricerca è già risposta. E vi tiene in piedi e vivi persino nell’avversità estrema.

Ampiezza, altezza e profondità. Il cammino d’amore scava oltre tutte le certezze e tutti i dubbi, e apre con verità l’inaudito: l’abisso felice.

 

Maurice Bellet “L’AMORE LACERATO”UNADJUSTEDNONRAW_thumb_15410