Pieghe tra le pagine blog

Lontananze

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

“Quando si arriva ad accettare che persino fra gli esseri umani più legati continuino ad esistere distanze infinite, si può vivere meravigliosamente fianco a fianco se ciascuno riesce ad amare quella distanza in modo da vedere l’altro stagliarsi contro il cielo nella sua completezza”

Rainer Maria Rilke “lettere”

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Bivacchi

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

 

Vi sono montagne esterne e montagne interiori e la loro stessa presenza ci attira, ci sfida a scalarle. Forse l’autentico insegnamento di una montagna è che la si porta tutta dentro di sé, sia quella esterna, sia quella interiore. A volte la si ricerca ripetutamente senza trovarla, finché arriva il momento in ci si è effettivamente motivati e preparati a trovare la via che dalla base porta alla cima. La scalata è una possente metafora della ricerca nella vita, del percorso spirituale, del cammino di crescita, trasformazione e comprensione. In definitiva, la vita stessa è la montagna, la maestra che ci offre occasioni perfette finalizzato alla crescita di forza e saggezza. In effetti, l’avventura è la scalata, non stare in vetta. Senza dimenticare di rifornire il bivacco che si lascia per coloro che verranno in seguito e di scendere la montagna in modo da trasmettere agli altri scalatori le conoscenze acquisite perché possano approfittare di quanto si è appreso durante l’ascensione.

Alzarsi presto al mattino può avere l’effetto di infondere grande forza nella vita di una persona, indipendentemente dalla pratica della consapevolezza. Solo assistere al sorgere del sole ogni giorno, è di per sé un segnale di risveglio.

La corsa affannosa della giornata non è ancora iniziata. Lascio il letto e dedico un’ora al mio essere, senza far nulla. Dopo 28 anni questa abitudine non ha ancora perso il suo fascino. Talvolta ho difficoltà a svegliarmi e la mente o il corpo fanno resistenza, ma è fondamentale meditare comunque, anche se non me la sento. Una fra le principali virtù della disciplina quotidiana è l’acquisizione di una certa permeabilità ai richiami di stati d’animo transitori. L’impegno ad alzarsi presto per meditare diventa indipendente dal volerlo assolvere un determinato mattino. La pratica ci richiama ad uno standard di vita più elevato, ricordare l’importanza dell’ essere vigili e la facilità con la quale si può scivolare dentro uno schema di vita automatica, priva di attenzione e sensibilità. Il solo alzarsi presto per praticare l’inattività è un processo temprante. La disciplina apporta costanza indipendentemente dal risultato del giorno precedente e di quello che si sta per intraprendere. Io mi applico in modo particolare a ricavarmi uno spazio per la pratica formale, anche per pochi minuti, nei giorni che si prospettano densi di avvenimenti, felici o sgradevoli, quando ci sarà molto da fare e i sentimenti si esprimeranno con la massima intensità. In questo modo è meno probabile che mi sfugga il significato intimo di questi momenti e potrei anzi superarli con maggior agio.

“L’arte più degna è influire sulla qualità del giorno” Thoreau, “Walden”

Si deve essere disposti a lasciare che sia la vita a divenire maestra. La sfida della consapevolezza è lavorare precisamente con le circostanze in cui ci si trova – per quanto spiacevoli, scoraggianti, restrittive, interminabili e senza uscita possano sembrare- e assicurarsi di aver fatto tutto ciò che era in nostro potere per utilizzare le energie e trasformarsi, prima di decidere di limitare le perdite e passare ad altro. “Lo scopo della meditazione non è l’illuminazione; sta piuttosto nel dare attenzione anche ai momenti non straordinari, nell’appartenere al presente, a nulla se non il presente, nel portarsi questa coscienza dell’adesso in ciascun evento della quotidianità” Paul Matthiessen ‘Il leopardo delle nevi’. Ciascun bambino  – o cane – che arrivi nella nostra vita, può essere considerato un piccolo Budda o maestro Zen, un insegnante personale di consapevolezza, paracadutato nella mia vita, la cui presenza e le cui azioni avrebbero certamente toccato ogni corda e messo alla prova ogni mia convimzione e limitazione, offrendo continue occasioni per verificare se fossi attaccato a qualcosa e disposto a distogliermene.

Indagine non significa trovare risposte, specialmente rapide, frutto di un pensiero superficiale. Vuol dire chiedere senza attendersi risposta, riflettere sulla domanda, portare l’interrogativo dentro di sé, lasciarlo filtrare, ribollire, cuoecere, maturare, entrare e uscire dalla coscienza, come tutte le altre cose. Per indagare non è necessario stare immobili. L’indagine e la consapevolezza possono avere luogo simultaneamente. Sono infatti la stessa cosa, proveniemti da direzioni diverse. L’indagine non consiste tanto nel pensare le risposte, anche se domandare produrrà molti pensieri che sembreranno risposte, quanto invece nel prestare attenzione alle immagini evocate dal nostro interrogatorio, come se fossimo seduti sulla sponda del fiume dei nostri pensieri, ascoltando l’acqua che scorre sopra e attorno alle rocce, ascoltando, ascoltando e osservando una foglia e un ramo trasportati dalla corrente.

Non tentiamo con tanto accanimento di essere ‘qualcuno’ proviamo invece direttamente ad essere. Partiamo da dove ci troviamo per lavorare qui. Meditazione non significa spersonalizzarsi, bensì vedere le cose come sono, non distorte dai nostri processi mentali. Se smetteremo di cercare di apparire migliori di quanto siamo, per timore di essere inferiori al nostro autentico valore, la nostra personalità reale sarà più autentica e felice, oltre che più sopportabile per gli altri.

Forse la cosa più ‘spirituale’ che ciascuno di noi può fare è semplicemente guardare con i propri occhi, vedere con occhi di completezza, e agire con integrità e tenerezza.

Tratto da “Dovunque tu vada ci sei già” Jon Kabat Zinn

Tempratura

La meditazione aiuta a risvegliarsi da un sonno di automatismo e inconsapevolezza ponendoci nelle condizioni di vivere la nostra vita godendo pienamente di tutte le nostre potenzialità consce e inconsce.  Si fonda sull’autoindagine, la messa in discussione della nostra visione del mondo, della posizione che vi occupiamo e l’apprezzamento della pienezza di ciascun momento della nostra esistenza, il mantenimento del contatto con la realtà. Consapevolezza significa prestare attenzione in modo peculiare: di proposito, nel momento presente e senza presunzione. Essa fornisce un modo semplice ma vigoroso per sbloccarsi e recuperare saggezza e vitalità, per riappropriarsi del significato e della qualità della propria vita, compresi i rapporti con la famiglia, l’ambiente di lavoro, il mondo e l’intero pianeta in generale, ma, soprattutto del rapporto con se stessi come persone.

L’abitudine d’ignorare la realtà attuale provilegiando i momenti futuri conduce direttamente a una totale mancanza di attenzione per la quotidianità in cui siamo coinvolti. A questo si aggiunge una mancanza di lucidità e comprensione di come la nostra mente condiziona le nostre percezioni e azioni Essa limita drasticamente la nostra concezione della persona come tale, dei rapporti reciproci e del mondo che ci circonda.

Quando ci impegnamo a prestare attenzione senza riserve, senza facrci codizionare da preferenze o antipatie, opinioni e pregiudizi, proiezioni e aspettative, si aprono nuove possibilità e ci viene offerta l’occasione  di liberarci dalla camicia di forza dell’inconsapevolezza. Il principio fondamentale è essere se stessi, trovarsi in armonia con la propria natutra più profonda e lasciare fluire liberamente al’esterno. Vuol dire svegliarsi e vedere le cose come sono, riconoscere la propria vera natura. Non vi è nulla di freddo, analitico o insensibile in questo. La pratica della consapevolezza si esprime con dolcezza, comprensione e attenzione. In altri termini, amorevolezza.

Il flusso incessante di pensieri che emanano dalla nostra mente ci lascia scarsissimi momenti di sollievo interiore. veniamo travolti dalla corrente che finisce col sommergere la nostra vita portandoci dove forse non intendiamo andare, senza neppure essere coscienti della direzione. Meditazione significa imparare a svincolarsi dalla corrente, sedere sulla sponda ascoltarla, trarne insegnamento e poi sfruttarne le energie per farci guidare anziché dominare.  La pratica di meditazione è lo sforzo di coltivare la nostra capacità di vivere il presente.

“Se la tua mente non è annebbiata da pensieri inutili, questa è la miglior stagione della tua vita” Wu-Men

L’unico modo per realizzare qualcosa di valido è fare in modo che provenga dal non-agire, senza preoccuparsi se sarà utile o meno. Altrimeti l’autocoinvolgimento e l’avidità possono insinuarsi e distorcere il rapporto col lavoro. Il non-agire può essere attuato all’interno dell’azione o dell’immobilità. La quiete interiore di chi opera si fonde con l’attività esterna al punto che l’azione crea se stessa. Nessuna applicazione dlla volontà, nessun ‘Io’ che rivendichi un risultato, il non-agire è la pietra angolare della maestria in qualsiasi campo dell’attività. In certe situazioni, sono utili anni di pratica e di esperienza che fanno emergere un’imprevista capacità di lasciare che l’esecuzione si svolga al di là della tecnica, dell’esercizio, del pensiero.

Alcuni atteggiamenti costutuiscono terreno fertile.

La pazienza è quasi inevitabile per coltivare anche la consapevolezza e renderà la pratica più ricca e matura. Essa è un’alternativa all’endemica irrequietezza e insofferenza della mente. Scalfite la superficie dell’impazienza e al di sotto, ad una profondità variabile, troverete la rabbia. Questo non significa che non bisogna affrettarsi quando è il caso. E’ persino possibile affrettarsi con pazienza e consapevolezza, nuovendosi velocemente per propria scelta. La pace e la determinazione a portar pazienza possono svilupparsi solo coltivando la compassione non limitata agli amici ma sentita egualmete per coloro che per ignoranza spesso interpretata come malvagità, possono causare sofferenza a voi e ai vostri cari. Non si tratta di una manifestazione spontanea; occorre praticarla e coltivarla. I sentimenti di collera emergono ugualmente, ma l’ira può essere usata, strumentalizzata, controllata in modo che le sue energie alimentino pazienza, compassione, armonia e saggezza in noi e forse anche negli altri.

Cercare di evitare ogni forzatura, ma ascoltare attentamente cosa dice la corrente del fiume. Cosa consiglia di fare? Se suggerisce di non agire, limitarsi a respirare, lasciare le cose come stanno, lasciare correre con pazienza, continuare ad ascoltare. Se il fiume dice qualcosa, intervenire, ma consapevolmente. Poi fare una pausa, attendere con pazienza, e ascoltare ancora.

Lasciar correre significa preferire la trasparenza alle forti pulsioni delle nostre simpatie e antipatie personali e all’inconsapevolezza con cui vi restiamo affezionati. Essere trasparenti comporta lasciare interagire paure e insicurezze nell’ambito della piena consapevolezza. Ammettere l’esistenza di uno schermo inconscio fra noi e i nostri interlocutori che filtra, colora, piega e distorce la visione.

Astenersi dal giudicare

Coltivare un atteggiamento fiducioso

Generosità: dispensare la pienezza del proprio essere, del meglio che si ha in sé, l’entusiasmo, la vitalità, lo spirito, la fiducia, la disponibilità e soprattutto la presenza. Dare più di quanto si creda di poter dare fiduciosi di essere più ricchi di quanto si pensi. Celebrare questa ricchezza, dare come se fosse inesauribile. Questo è dare regalmente.

Praticare la semplicità volontaria: fare una sola cosa alla volta e assicurarmi di essere partecipe, recarsi in meno anzichè in più luoghi in un giorno, vedere meno, per vedere meglio, acquisire meno, per avere di più. Rallentare i ritmi, non reagire all’impulso di chiamare proprio in quel momento, scegliere di non acquistare cose nuove senza riflettere, rimanere a casa senza far nulla o a leggere un libro, uscire a passeggiare da soli, andare a dormire presto… esercitarsi a dire no per mantenerela semplicità della propria vita. Impegnarsi alla semplicità in questa vita frenetica richiede un delicato equilibrio, correzioni, indagine costante, attenzione. Scegliere la semplicità, quando è possibile apporta alla vita un elemento di grande libertà e molte occasioni per scoprire che in realtà il meno può corrispondere al più.

La concentrazione ovvero astenersi deliberatamente dall’indagare quali direzioni abbia preso la mente nelle sue divagazioni sui motivi delle fluttuazioni dalla respirazione. Questo sviluppa una calma caratterizzata da una notevole stabilità; imperturbabile, profonda, indipendente dalle sollecitazioni esterne. Tuttavia per quanto intensa e soddidfacente, la pratica della concentrazione è incompleta se non è integrata e approfondita dalla consapevolezza.

La visione: La pratica stessa dovrà divenire l’esternazione quotidiana della vostra visione e comprendere gli aspetti per voi più validi. Questo non significa tentare di cambiare o essere diversi da ciò che si è. Si tratta piuttosto di aver ben presente quello che per voi è più importante, evitando che vada perduto o sia travisato in un momento particolarmente difficile o in un tumulto di emozioni.

Un lavoro interiore di questo genere, inteso a prendere coscienza della propria psiche è di per sé un’iniziazione, un processo di tempratura che di solito implica un forte fervore, per perseverare. Ma il risultato sarà padronanza, perdita dell’ingenuità,raggiungimento di un ordine interiore che non si può ottenere senza disciplina, il fervore, la discesa nella parte più oscura di noi stessi e la paura. Perfino le sconfitte spirituali che subiremo serviranno a temprarci. Gli junghiani lo definiscono lavoro dell’anima, lo sviluppo della profondità di carattere grazie alla conoscenza dei tortuosi labirinti della nostra mente. Il vostro respiro è come il filo che vi guiderà lungo il labirinto.

Tratto da “Dovunque tu vada ci sei già” di Jon Kabat-Zinn

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Liberazione

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Alcune volte non abbiamo scelta se non quella di scendere nell’oscurità e resistere a tutto l’orrore e la sofferenza che incontriamo. Senza nemmeno avere un barlume di speranza di trovare una soluzione che ponga fine a questa sofferenza. Se dobbiamo andare incontro a quello che accade con consapevolezza e accettazione è perché non esiste un’alternativa intelligente e praticabile. Se vi andiamo incontro non è per rassegnazione o resa ma per avere una relazione più saggia con tutto quello che c’è, con tutto quello che è stato e con il mistero di quello che sarà. C’è della forza in questo. C’è della dignità. Si tratta di risiedere con intensità e consapevolezza in quello che c’è. La buona volontà di stare in quello che non si conosce, con la consapevolezza di sapere e non sapere, capendo esattamente come rispondere a quello che emerge in un dato momento, entro le circostanze che troviamo, con gentilezza verso noi stessi e verso coloro che più necessitano della nostra tenerezza e chiarezza. Qui risiede la liberazione dalla sofferenza. La liberazione è nella pratica e in ogni momento in cui prendiamo rifugio nel campo del non sapere. Questi sono i momenti in cui possiamo prendere l’iniziativa in presenza di quelle narrative interiori che annunciano disperazione e fallimento. E anche nel momento in cui perdiamo le nostre menti e i nostri cuori, possiamo comunque ricominciare nell’attimo successivo, o nonappena ci sentiamo pronti. Possiamo ritornare più e più volte verso quel qualcosa di profondo e solido che è dentro di noi, che è affidabile, che è intero. La nostra stessa consapevolezza ha la capacità di liberarci, almeno temporalmente, dagli elementi tossici del pensiero e da quella abitudine alla sofferenza che generalmente emerge quando non è esaminata e accolta con consapevolezza. E’ fondamentale allinearsi intenzionalmente con il ‘non nuocere’ come fosse il nucleo centrale della motivazione  e il fondamento della pratica per acquisire una prospettiva diversa mediante la quale entrare in relazione con i propri stati transitori e con i propri più importanti bisogni.

Il primo veleno è l’avidità. Crediamo che ottenendo quel che ci manca ci sentiremo nuovamente completi, e questo è vero in parte. Ci si sente meglio, fino al momento in cui ci sentiamo nuovamente incompleti, a quel punto vogliamo afferrare un po’ di più. Questo dà inizio ad una cascata di insoddisfazioni senza fine: non significa che non dobbiamo desiderare delle cose o non avere obiettivi o ambizioni, ma semplicemente che potremmo generare meno sofferenza in noi e negli altri quando siamo consapevoli di quanto siamo attaccati ai nostri desideri. A quel punto, raggiunta la consapevolezza, possiamo permetterle di modulare i nostri pensieri, emozioni e azioni.

L’avversione è il rovescio della medaglia dell’avidità. Anche questa emerge da un attaccamentonon analizzato dei nostri desideri: solo che in questo caso si tratta del desiderio di volere che le cose siano diverse da come sono. La consapevolezza dell’avversione ci ricorda che non dobbiamo costantemente essere prigionieri dell’avversione rispetto a ciò che accade, che possiamo lasciarle andare come il fumo di una candela spenta. Questo non significa che non agiremo con forza rispetto a circostanze nocive o che ci minacciano: prendere una posizione di fronte ad eventi nocivi è una componente importante del vivere una vita integra, vigile, fatta di attenzioni. In effetti, a seconda delle circostanze, può trattarsi di un’attuazione e di un’incarnazione della nostra chiarezza, della nostra saggezza e della nostra compassione. Ma a quel punto non sarebbe più nulla di personale, piuttosto sarebbe invece la manifestazione della nostra interezza.

Il terzo veleno è l’illusione, noi viviamo dentro la bolla della narrazione di quel momento, molto spesso fraintendendo causa ed effetto degli eventi e di conseguenza rimanendo imprigionati in emozioni e pensieri che sono imprecisi e fuorvianti, troppo spesso la storia della nostra vita, non compresa e illusoria, diviene una profezia autorealizzante.

Il nocciolo della questione consiste nel vedere l’avvicendarsi tra questi diversi stati mentali e gli effetti nel corpo e coglierne le reazioni realmente avvertite, momento dopo momento. La chiave per cogliere e comprendere ciò che succede e per liberarci dall’impeto delle nostre inconsce abitudini, consiste nella possibilità di cogliere il momento in cui la mente registra per la prima volta tutto ciò che accade e lo registra come piacevole o spiacevole oppure né piacevole, né spiacevole. Questa è la prima e più importante lente che ci permette di conoscere tutti gli oggetti di attenzione. E può fare la differenza ma solo se riusciamo ad essere consapevoli di questo meccanismo di valutazione inconsapevole ed automatico. A questo consegue ‘desiderare di prendere’ ‘aver bisogno di scacciare’, ‘ignorare’. Quindi la consapevolezza di ciò che è piacevole, spiacevole o neutro, in qualsiasi momento della nostra vita, è la chiave per non essere preda dell’avidità, dell’avversione e dell’ignoranza. La sofferenza non risiede né nella piacevolezza né nella spiacevolezza, ma nell’avversione e nella cupidigia: sta nell’attaccamento e nell’autoidentificazione. La liberazione dalla sofferenza è la liberazione dall’avidità, dall’avversione, dall’ignoranza.

Attitudini fondamentali sono il non giudizio, la pazienza, la mente del principiante, la fiducia, il non cercare risultati, l’accettazione e il lasciar andare. (pag 119-130)

Accettazione fondamentalmente significa comprendere come stanno le cose, trovare nuove modalità per avere una relazione saggia con esse e poi agire in modo appropriato, con una visione più chiara delle cose. Liberarsi da una narrazione mentale che dice ‘devono esserci certe condizioni affinché questo momento sia un momento felice permette che nel momento successivo se sarà appropriato agire tu agirai, ma lo farai in piena presenza della mente e del cuore, grazie alla tua intelligenza emotiva e  non perché ti senti ‘sequestrato’ dai tuoi sentimenti, da ciò che, nel tuo intimo, senti di non poter accettare. Oppure non agirai in quel modo o non sarai così consapevole come speravi di essere, ma imparerai anche da questo. Lasciare andare non significa allontanare le cose ma non provare attaccamento, in particolare non provare attaccamento nei confronti del risultato. Implica non continuare a desiderare quel che vogliamo ottenere e non rimanere legati a quel che già abbiamo, o semplicemente a quel che pensiamo di dover avere. Lasciar andare significa anche non rimanere ancorati a quel che odiamo, a quello verso cui proviamo una fortissima avversione. L’avversione è solo un’altra forma di attaccamento. Quando coltiviamo l’intenzione di lasciar andare le cose per come sono, significa che riconosciamo che siamo molto più grandi e molto più ‘aperti’ della voce che continua a dirci ‘non può essere così’ oppure ‘deve andare così’. Calarsi nell’essere significa non dover scacciare più nulla. Abbracciare la realtà nella sua totalità in modo nuovo: è un modo di essere che si sviluppa attraverso la pratica.

Tratto da “Mindfulness per principianti”, Jon Kabat ZinnPieghe tra le pagine blog

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Come se la nostra vita dipendesse da questo

Citazioni libere e scelte fra passi spontaneamente incontrati

Essere attenti , in modo intenzionale e senza pregiudizi, al momento presente.

La topologia emotiva del momento in cui si inizia, del momento in cui ci si è accorti di volersi connettere con se stessi è intensa e strettamente personale. Essere presenti alle sensazioni del respiro nel corpo è una pratica che contiene in sé tutto ciò di cui abbiamo bisogno per coltivare l’intero campo della nostra umanità, compresa la capacità di essere saggi e di provare compassione. Quello che importa è la relazione fra il percettore e l’oggetto che viene percepito. Tutto questo si fonde in un dinamico tutt’uno di consapevolezza, e questo perché percettore e oggetto non erano mai stati separati. Perché in origine c’è solo consapevolezza.

Il lavoro e l’avventura di tutta una vita è quello di non rimanere intrappolati né nel passato, né nelle nostre idee e concetti, ma di rivendicare l’unico momento che abbiamo veramente, che è sempre questo. Prendersi cura di questo momento può avere un significativo impatto su quello successivo e quindi sul futuro: il nostro e quello del mondo. Se possiamo essere consapevoli di questo momento, possiamo fare in modo che il prossimo momento sia davvero differente, anche in modo creativo, poiché grazie alla nostra consapevolezza, sapremo evitare di far pesare su esso altre aspettative.

Coltivare un approccio di vita metodico e pragmatico dedicandosi con continuità a pratiche meditative è un modo per imparare a stabilizzare la mente. I nostri sforzi più convinti possono infatti essere annullati con facilità dai modi in cui ci distraiamo. Vi è una disciplina che ha a che fare con la ferma volontà di richiamare l’ampiezza della consapevolezza, volta dopo volta, sull’oggetto da cui si allontana, qualunque esso sia, anche se dovessimo sentire che siamo spinti verso mille differenti direzioni. La parola disciplina viene da discepolo, che connota chi è disposto ad imparare a creare le condizioni per imparare qualcosa di fondamentale dalla vita; ogni atto della vita diventa pratica meditativa e la meditazione diventa il maestro. E’ proprio qui che dovremo trovare la nostra vera libertà, è qui che potremo avere l’esperienza di un momento di genuina felicità, un momento di equanimità, un momento di pace. Ogni momento ci regala infatti un’opportunità di capire che non dobbiamo più soccombere di fronte alle vecchie abitudini, quelle che funzionano al di sotto del livello della nostra consapevolezza.

Se saremo in grado di portare, provando e riprovando, delicatezza e gentilezza anche nel più breve dei momenti che viviamo, allora potremo gustare la possibilità di essere finalmente a casa, in pace con le cose, così come sono senza dover cercare di cambiare o aggiustare nulla di questo momento. Questo orientamento esistenziale costituisce non solo una disciplina gentile e curativa, ma anche un radicale atto di amore e salute. Esso conduce alla scoperta del desiderio di vivere una vita più integrata, di sperimentare la non frammentazione. Di essere a casa nella nostra pelle. Siamo come degli universi, ognuno di noi. Siamo senza limiti. “Sono grande! Contengo tutto!” Walt Whitman.

Potrebbe davvero essere il lavoro di una vita porsi alcune domande “Cosa desidera il mio cuore?” “Cosa mi sta chiedendo il mio corpo in questo momento?” “Qual è la mia via?”… le risposte a queste domande potrebbero cambiare con il tempo. Potrebbero maturare. Forse la quiete farà già parte di ciò. Forse il silenzio. Forse decidere di agire con convinzione, grazie ad una ‘attenzione affettuosa’, un’attitudine di gentilezza e compassione verso se stessi  date dal conoscere intimamente la propria stessa mente.

Quando la tua attenzione si sposta dal respiro, non è un errore, e non significa che sei un cattivo meditatore. E’ semplicemente quello che è successo in quel momento. La cosa importante è che tu la abbia notato. Questa consapevolezza è molto più importante del fatto che la tua attenzione in un momento specifico sia focalizzata sulle sensazioni del respiro o non lo sia. Se capiamo questo, la distrazione della mente e la sua inaffidabilità diventano i nuovi validi oggetti di attenzione in ogni momento. Per ogni nuovo momento esiste la possibilità di vedere ciò che effettivamente accade (ed è ciò che chiamiamo discernimento) anziché cadere nel giudizio. Sospendere il giudizio, o non giudicare il giudizio che emerge, è un atto di intelligenza, non un atto di stupidità. E’ un atto di gentilezza nei confronti di te stesso.

Il cammino verso la liberazione dalla sofferenza  si riferisce alla sofferenza che creiamo in noi stessi in aggiunta a quella che deriva dagli avvenimenti naturali e umani, che sono oltre il nostro controllo. Esiste una forma di sofferenza che ci creiamo da soli e che si va ad aggiungere a quella causata dalle circostanze esterne. Se sei un essere umano a volte soffrirai, è parte integrante della condizione umana, è ineludibile. Avere un corpo implica sofferenza. Avere una mente che non conosce se stessa implica sofferenza. Quindi soffriremo. Potresti anche contribuire alla sofferenza di altri senza accorgertene. La parola ‘soffrire’ deriva dal latino ‘sufferre’, il cui significato è ‘portare o trasportare’: il modo in cui decidiamo di relazionarci con la sofferenza può fare la differenza.

Tratto da “Mindfulness per principianti”, Jon Kabat-ZinnUNADJUSTEDNONRAW_thumb_15440

L’abisso felice

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

“Ci si urta nella notte, e ognuno di fatto inciampa nel proprio tormento interiore, la relazione si infetta di questi duplici dolori inconfessati. E’ necessario che ognuno abbia perduto abbastanza per accettare che l’altro sia ciò che è, e che in tal modo la relazione non resti chiusa nel cerchio infernale della rivendicazione reciproca. Non c’è dominio sull’altro, non c’è dominio su se stessi! Si ripete ciò che si è sofferto: lo scenario della logica infernale, che giunge da monte -genitori, nonni, fino a perdersi nella notte dei tempi- questo scenario riprende senza che si riesca a vedere a che punto ci si trova. Siamo quella pasta umana così terribilmente dura da penetrare e da sollevare, e anche a questa natura non si comanda se non, obbedendole. Il cammino dell’amore passa di qua.

L’abbandono riappare qui come l’altra faccia dell’infelicità. Permette di trattare l’essere umano come una cosa: è l’anima della distruzione. E tuttavia superare l’abbandono – lasciare questo spazio del subìto, dell’inflitto- suppone che sia possibile abitare l’altro spazio: quello di una tenerezza primordiale, di un calore che nessuno sforzo e nessuna moralità sono in grado di produrre.

C’è un perdono che imputridisce, che di fatto imprigiona il perdonato in una colpevolezza senza speranza, o che costringe il perdonante ad interpretare una parte che non è sua. E c’è un perdono che è il dono al di là: al di là di tutto. Questo perdono precede.

Un amore che non viene fatto pagare all’altro, e soprattutto non intende “fargli del bene”. Ma più in generale non reclama, non rivendica. Ascolta: si lascia dire anche ciò che lo ferisce, lo tortura, lo spinge verso le logiche infernali (…) non si lamenta degli altri, non geme sulle loro mancanze. Accetta di soffrire dell’altro: soffre della sofferenza che provoca quando non può fare altrimenti, ma è senza risentimenti contro colui o colei che gliela impone.

Essendo tutti noi nella stessa condizione, nessun amore dev’essere disprezzato. Si ama con ciò che si è, a volte con il proprio odio. E come evitare che il cambiamento della relazione, quando si muove verso una maggiore verità, possa avvenire senza passare attraverso l’odio? Nessun amore sarà disprezzato. Abbiamo solo un nemico: la disperazione. Un solo nemico: la cupa tristezza che tutto invade e disfa il legame meraviglioso che ci permetteva di essere uno in noi stessi e con i nostri vicini, sino all’infinito. Un solo nemico: quella tristezza tenebrosa, quell’amarezza che odia la nascita e la vita.

 

Che cosa resta?

Chiedere

Cercate e troverete. Perché la ricerca è già risposta. E vi tiene in piedi e vivi persino nell’avversità estrema.

Ampiezza, altezza e profondità. Il cammino d’amore scava oltre tutte le certezze e tutti i dubbi, e apre con verità l’inaudito: l’abisso felice.

 

Maurice Bellet “L’AMORE LACERATO”UNADJUSTEDNONRAW_thumb_15410

 

 

Trasformare l’esperienza in visione

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Rilke richiese alla propria vita e alla propria disciplina di scrittura la durezza che gli pareva essenziale per non disperdere quel dono incalcolabile che è la pura e semplice esistenza di ognuno: “parlare d’amore significa parlare di durezza”.

La scrittura delle lettere si assomma a quella poetica in modo che ogni rapporto -col mondo esterno come con la propria interiorità- passasse al setaccio fino della lingua.

 

“Come lo sguardo della sfinge è maturato fino alla perfezione in secoli di intemperie e deserto, così gli occhi degli uomini devono imparare a trasformare l’esperienza in visione, sfuggire ogni sazietà e pigrizia, scuotersi dalle abitudini e addentrarsi persino nel dolore, per non perdersi nulla del mondo e mantenere quel sentimento dell’inizio grazie al quale si comprende che, PER STUPIRSI COME PER SCEGLIERE, LA VITA COMINCIA OGNI GIORNO.”

“Ho sperimentato sulla mia persona innumerevoli volte come niente sia più difficile di amare. Ho imparato che è un lavoro, un salario da sudare ogni giorno. L’amore è una cosa difficile più di tutte le altre, perché nei conflitti di diverso tipo è la Natura stessa a risvegliare nell’individuo un istinto a trattenersi, a contenersi con tutte le proprie forze, mentre in quella forma di incremento di sé che è l’amore si è spinti a lasciarsi andare completamente. Il più grande errore che si possa compiere nelle relazioni tra esseri umani è divenire impazienti. Forzarsi a raggiungere un qualche compimento, prendere una decisione definitiva. La vita è in sé trasormazione, e nulla è più mutevole delle relazioni umane, che sono un concentrato di vita. Un minuto sorgono e quello dopo declinano, e gli amanti sono coloro per i quali ogni rapporto, ogni sfioramento insomma, ogni istante è diverso dall’altro; sono esseri umani tra i quali non succede mai nulla di abituale, nulla di già avvenuto. Agli amanti accadono solo novità, inaspettate, inaudite novità. Relazioni di questo tipo esistono, e devono significare una felicità enorme, quasi insopportabile, ma possono verificarsi solo in casi di grande abbondanza spirituale, solo tra coloro che hanno, ognuno nella propria individualità, ricchezza, ordine e raccogliemento interiori; SOLO DUE MONDI AMPI, PROFONDI E ORIGINALI POSSONO UNIRSI. Chi ama dunque deve passare molto tempo da solo e addentrarsi nel proprio intimo, contenersi, trattenersi; deve lavorare, deve divenire qualcosa! Più ampio è il tuo essere, più ricco è tutto ciò che ti accade. Si deve vivere in se stessi e pensare alla vita nella sua interezza, ai suoi milioni di possibilità, alle distese immaginabili di futuri, così vaste che nulla è davvero passato o perduto.”

“Ci si deve sempre attenere a ciò che è più difficile, perché quella è la parte che davvero ci appartiene. Dobbiamo sprofondare nella vita in modo che essa gravi su di noi e diventi un peso: non dobbiamo circondarci di piaceri, bensì di vita. Se per molti la vita diviene poi di colpo più facile, è solo perché non la prendono più sul serio, hanno smesso di portarla su sé, di sentirla e compierla con la parte più autentica del proprio essere. Ci è richiesto di amare ciò che è più difficile, di imparare a conviverci, perché è nella difficoltà che risiedono le forze benevole, le mani capaci di lavorarci, di rifinire il nostro essere. Le nostre gioie, la nostra felicità, i nostri sogni devono esistere nel pieno delle difficoltà; vedendoli stagliarsi lì, contro quello sfondo d’abisso, assistiamo per la prima volta al pieno fulgore della loro bellezza.”

“Soltanto nella gioia il creato continua ad essere creazione (la felicità al contrario è solo una costellazione di cose già presenti, gravida di significati e promesse) nella gioia l’esistente subisce una meravigliosa addizione, una pura crescita dal nulla. La felicità è debole nel coinvolgerci perché subito ci lascia il tempo per pensare alla sua durata e quindi preoccuparci. La gioia invece, è un momento senza obblighi, fin dal principio senza tempo, che non la si può trattenere ma non la si può neppure perdere. La gioia sublime non rinuncia al suo diritto di sorpresa, va e viene a piacimento; e da tempo ormai ho imparato a non pretendere che sia la conseguenza di una qualche gioia precedente. Ormai il mio orecchio è allenato a sentire la possibilità della gioia anche lì dove non c’è.”

“La nostra sicurezza deve invece in qualche modo trasformarsi in una relazione con il tutto, con il mondo nel suo complesso; essere sicuri per noi significa conoscere l’innocenza del torto e accettare la capacità del dolore di trasformarsi in forma; significa rifiutare i nomi per onorare, come fossero nostri ospiti, i singoli legami e collegamenti che il destino nasconde dietro ogni nome …significa non sospettare di nulla, non tenere nulla a distanza, non considerare nulla come Altro irriducibile, significa spingersi oltre ogni concetto di proprietà e vivere di acquisizioni spirituali e mai di possessi reali. Questa sicurezza tutta da osare accomuna le ascese e le cadute della nostra vita e in questo modo dona loro un senso. Accogliere la vastità dell’insicurezza: in un’infinita insicurezza anche la sicurezza diviene infinita.”

“La mia porzione di patria è sparsa qua e là negli animi degli amici”

“Nella vita si deve risvegliare in se stessi il più spesso possibile il sentimento dell’inizio. Basta un minimo cambiamento esteriore e, partendo dal nostro cuore, possiamo trasformare il mondo intero; se il cuore saprà essere sempre nuovo e smisurato, allora anche il mondo tornerà subito come nel giorno della creazione e infinito.”

“Spesso la rozzezza e la grossolanità di qualche colpo, o anche una distruzione palese, possono dare vita ad un nuovo ordine interiore dentro di  noi. E’ la più profonda opera della forza della vita, che il male si dispieghi nel bene, si capovolga in bene: senza questa sorta di magia saremmo tutti cattivi, perché il male ci tocca tutti, ci penetra dentro, e non c’è nessuno che non potrebbe essere colto di sorpresa in un momento in cui è ‘cattivo’, e per questo nessun essere umano ‘è cattivo’, e per questo nessun essere umano deve mai pensare di ‘essere cattivo’; ma il segreto è che il male non sta fermo, è vita e quindi si muove. Nessun essere umano ha avuto il tempo di essere cattivo, il male si è spostato: già non è più quel che era.”

Ciò che rende preziosa e indicibile la nostra esistenza è che essa adoperi le esperienze dolorose per penetrarci nell’animo.  Anche la felicità può servire da appiglio per spingerci ad esplorare ciò che per sua stessa natura trascende. La differenza è  però che quando siamo felici non dobbiamo compiere nessuno sforzo per capire che ci sta accadendo del bene; anche se poi la difficoltà di mettere a frutto il bene contenuto nella felicità non è minore rispetto a quello di riconoscere che c’è qualcosa di positivo alla base di ogni perdita che il dolore ci infligge.”

C’è un momento benedetto nella vita interiore in cui si accetta o si sceglie, da allora in poi, con ogni forza, con ostinazione, DI AMARE IL PROPRIO PIU’ GRANDE TERRORE, IL MAGGIOR DOLORE CHE, SOPPESANDOLO CON LE NOSTRE PERSONALI UNITA’ DI MISURA, ABBIAMO MAI PROVATO. Una volta presa questa decisione, la parola ‘separazione’ non si svuota di significato ma diviene una ‘una dolce mancanza di nome’ per un’infinita quantità di scoperte, armomie, rivelazioni prima impensabili e inesistenti.”

Neanche il tempo consola, al massimo mette un poì a posto (…) sfuggire ogni consolazione di fronte alla perdita, al lutto, dovrebbe essere il  nostro istinto naturale, anzi dovremmo sviluppare una profonda, dolorosa curiosità indagatrice per le peculiarità, le unicità di quella specifica perdita, sperimentare gli effetti che ha sulla nostra vita, dovremmo stimolare la nostra nobile cupidigia proprio di quella perdita, del suo significato, della sua difficoltà, per arricchire il nostro mondo interiore… Quanto più profonda la ferita, quanto più forte il colpo che ci infligge un simile lutto, tanto più esse rappresenta un compito. Questo è dolore attivo, che partecipa alla nostra vita interiore, è l’unico che abbia senso e che sia degno di noi. Per quel che mi riguarda, per me è morto solo ciò che è morto dentro di me, ossia negli abissi del mio cuore. La morte si annida così in profondità nell’essenza dell’amore che non la contraddice mai… se solo potessimo conoscere la morte sempre soltanto insieme all’amore… perché, a pensarci bene, la morte dove mai potrebbe nascondere la persona che abbiamo sempre portato nel cuore con cure indicibili, se non in quello stesso cuore? Non voglio dire che si debba amare la morte, però si deve amare la vitacon tale generosità senza calcoli e preferenze, cosicché, quasi senza vederlo, ci si trovi a includere in questo amore anche la morte.”

 

Da “La vita comincia ogni giorno” raccolta delle lettere di Rainer Maria Rilke.

L’Orma Editore

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Our love

Citazioni libere e scelte fra libri spontanemente incontrati

Ero terrorizzata dal sesso. (…)
Non intendevo perdere la verginità con qualcuno di mio gradimento, per non rischiare della prima persona con cui avessi fatto sesso. Volevo farlo con qualcuno di cui non mi importava nulla. Sapevo che quando una ragazza andava a letto per la prima volta con un ragazzo, di solito era innamorata di lui; ma poi immancabilmente il ragazzo la lasciava, e lei soffriva. Volendo evitare tutto ciò, escogitai un piano: avrei cercato un ragazzo noto per avere un’intensa vita sessuale, e lo avrei usato per perdere la mia verginità. Dopo di ché sarei stata normale come tutte le altre. Ma doveva succedere di domenica, verso le dieci, per dire a mia madre che andavo al cinema, che facevano una proiezione mattutina, di sera, infatti non  mi avrebbe lasciato uscire. Così andai all’accademia, mi guardai in giro e scorsi un tipo noto per frequentqre feste e bisbocce.  Era perfetto, sapevo che gli piaceva le musica, così andai da lui e gli dissi:” sai ho il nuovo disco di Perry Como. Ti va di sentirlo?” Non posso prestartelo ma possiamo sentirlo insieme. Così il tipo disse “va bene, quando?” E io ” che dici di questa domenica?” “A che ora?” “Alle 10 di mattina” “Sei matta?” scattò lui. “d’accordo” dissi “alle 11?” (…) facemmo sesso senza neanche essere completamente svestiti, e gridai. Allora lui si accorse che ero vergine e si arrabbiò così tanto da cacciarmi di casa. Ma ero fiera di essermi tolta il pensiero. Avevo 24 anni. Vivevo ancora con mia madre, che pretendeva che fossi a casa alle 10 di sera.

Durante l’ultimo anno dell’accademia mi innamorai… Aveva un grande talento e una testa che funzionava in modo imprevedibile. Era diverso da chiunque avessi conosciuto. le sue idee erano le cose più sexy di lui. Cominciammo a stare insieme ma ogni sera dovevo essere a casa alle 22.

Era una strana storia quella tra Nesa e me. Tra noi l’attrazione era forte, e io volevo sempre fare l’amore ma lui non riusciva mai a portare a termine il rapporto. la cosa era frustrante per entrambi. Ma poi, non so come, mi ritrovai comunque incinta. Abortii. Il primo dei tre aborti che feci in vita mia. Non ho mai voluto avere bambini. (…) Il mio pensiero dominante era la libertà.

(…)

“Quand’ è il tuo compleanno?” chiese Ulay.  “Il 30 novembre” risposi. “Impossibile” fece lui “quello è il mio compleanno ” “ma dai” (…) quella sera tornammo a casa sua e restammo a letto per i dieci giorni successivi, la nostra intensa alchimia sessuale fu solo l’inizio. Il fatto che fossimo nati lo stesso giorno era più di una coincidenza, fin dall’inizio respirammo la stessa aria; i nostri cuori battevano all’unisono. Ciascuno finiva le frasi dell’altro, sapendo esattamente che cosa aveva in mente, anche quando dormiva; parlavamo in sogno e nel dormiveglia, e poi ci svegliavamo e e continuavamo il discorso. Se mi facevo male a un dito sul lato sinistro, lui si faceva male al suo dito sul lato destro. Quell’uomo era tutto ciò che volevo e sapevo che lui provava lo stesso per me. (…)

E per quanto fossi pazza di lui, per quanto respirassi la sua aria, mi esaltassi per le sue gioie e soffrissi i suoi dolori, sotto sotto percepivo una certa ambiguità. Sentivo che non avrei mai potuto avere un figlio da Ulay, perché lui aveva sempre abbandonato tutti… al tempo stesso credevo che la nostra collaborazione sarebbe durata per sempre. Ulay e io cominciammo a progettare di fare arte insieme.

Mi rendo conto che è un tema a cui ritorno costantemente: cerco sempre di dimostrare a tutti che posso farcela da sola, che posso uscirne intera, che non ho bisogno di nessuno, e anche questa è una maledizione, in un certo senso, perché sono sempre occupata a fare cose -a volte troppe- e perché sono stata lasciata da sola (come in un certo senso desideravo) e senza amore.

Marina Abramovic “Attraversare i muri”

“Our love” Sharon Van Etten

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Cosa è successo? E’ successa l’arte

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

“Non so perché mi rifiutassi di camminare, ma penso che c’entrasse il fatto di essere passata da una casa ad un’altra. Mi sentivo disorientata, e probabilmente pensavo che se avessi camminato avrei dovuto andare di nuovo da qualche parte”

Mio padre continuava ad essermi amico, e io divenni sempre di più la nemica di mia madre. Mia madre era ossessionata dall’ordine e dalla pulizia. Mi svegliava a notte fonda se pensava che dormissi in modo disordinato, scompigliando le coperte. Ho imparato la mia autodisciplina da lei, e ho sempre avuto paura di lei. Tutt’oggi dormo su un lato del letto, perfettamente immobile e quando mi alzo la mattina, mi basta un gesto per rifare il letto. Quando dormo in stanze d’albergo, è difficile trovare tracce della mia presenza.”

“Per quanto costretta, trovai nei libri la mia via di fuga. Come succedeva nei miei sogni, la realtà dei libri che leggevo, era più forte di quella che mi circondava. Leggere Rilke, era come respirare puro ossigeno poetico. Parlava della vita in modi che in precedenza non avevo mai inteso. Le parole con cui esprimeva la sofferenza cosmica e la conoscenza universale, erano in sintonia con i concetti che in seguito trovai nel buddismo zen e nei mistici sufi, leggerle per la prima volta fu inebriante. Quando leggevo un libro così, non uscivo di casa finché non l’avevo finito. Mi limitavo ad andare in cucina, mangiavo e poi tornavo in camera mia, leggevo, mangiavo un’altra volta, tornavo a leggere. E basta. per interi giorni di fila.”

“La mia adolescenza fu disperatamente goffa e infelice. Nella mia testa ero la ragazza più brutta della scuola. Di una bruttezza incredibile. Ero sempre preda della vergogna e dell’imbarazzo. Da ragazza, non riuscivo a parlare con la gente. Adesso posso stare davanti a tremila persone senza appunti, senza una traccia di quello che dirò, anche senza materiali visivi di supporto; e posso guardare negli occhi ciascun membro del pubblico, e parlare per due ore senza fatica. Cosa è successo? E’ successa l’arte”.

Marina Abramovic “Attraversare i muri”

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