Pieghe tra le pagine blog

Trasformare l’esperienza in visione

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Rilke richiese alla propria vita e alla propria disciplina di scrittura la durezza che gli pareva essenziale per non disperdere quel dono incalcolabile che è la pura e semplice esistenza di ognuno: “parlare d’amore significa parlare di durezza”.

La scrittura delle lettere si assomma a quella poetica in modo che ogni rapporto -col mondo esterno come con la propria interiorità- passasse al setaccio fino della lingua.

 

“Come lo sguardo della sfinge è maturato fino alla perfezione in secoli di intemperie e deserto, così gli occhi degli uomini devono imparare a trasformare l’esperienza in visione, sfuggire ogni sazietà e pigrizia, scuotersi dalle abitudini e addentrarsi persino nel dolore, per non perdersi nulla del mondo e mantenere quel sentimento dell’inizio grazie al quale si comprende che, PER STUPIRSI COME PER SCEGLIERE, LA VITA COMINCIA OGNI GIORNO.”

“Ho sperimentato sulla mia persona innumerevoli volte come niente sia più difficile di amare. Ho imparato che è un lavoro, un salario da sudare ogni giorno. L’amore è una cosa difficile più di tutte le altre, perché nei conflitti di diverso tipo è la Natura stessa a risvegliare nell’individuo un istinto a trattenersi, a contenersi con tutte le proprie forze, mentre in quella forma di incremento di sé che è l’amore si è spinti a lasciarsi andare completamente. Il più grande errore che si possa compiere nelle relazioni tra esseri umani è divenire impazienti. Forzarsi a raggiungere un qualche compimento, prendere una decisione definitiva. La vita è in sé trasormazione, e nulla è più mutevole delle relazioni umane, che sono un concentrato di vita. Un minuto sorgono e quello dopo declinano, e gli amanti sono coloro per i quali ogni rapporto, ogni sfioramento insomma, ogni istante è diverso dall’altro; sono esseri umani tra i quali non succede mai nulla di abituale, nulla di già avvenuto. Agli amanti accadono solo novità, inaspettate, inaudite novità. Relazioni di questo tipo esistono, e devono significare una felicità enorme, quasi insopportabile, ma possono verificarsi solo in casi di grande abbondanza spirituale, solo tra coloro che hanno, ognuno nella propria individualità, ricchezza, ordine e raccogliemento interiori; SOLO DUE MONDI AMPI, PROFONDI E ORIGINALI POSSONO UNIRSI. Chi ama dunque deve passare molto tempo da solo e addentrarsi nel proprio intimo, contenersi, trattenersi; deve lavorare, deve divenire qualcosa! Più ampio è il tuo essere, più ricco è tutto ciò che ti accade. Si deve vivere in se stessi e pensare alla vita nella sua interezza, ai suoi milioni di possibilità, alle distese immaginabili di futuri, così vaste che nulla è davvero passato o perduto.”

“Ci si deve sempre attenere a ciò che è più difficile, perché quella è la parte che davvero ci appartiene. Dobbiamo sprofondare nella vita in modo che essa gravi su di noi e diventi un peso: non dobbiamo circondarci di piaceri, bensì di vita. Se per molti la vita diviene poi di colpo più facile, è solo perché non la prendono più sul serio, hanno smesso di portarla su sé, di sentirla e compierla con la parte più autentica del proprio essere. Ci è richiesto di amare ciò che è più difficile, di imparare a conviverci, perché è nella difficoltà che risiedono le forze benevole, le mani capaci di lavorarci, di rifinire il nostro essere. Le nostre gioie, la nostra felicità, i nostri sogni devono esistere nel pieno delle difficoltà; vedendoli stagliarsi lì, contro quello sfondo d’abisso, assistiamo per la prima volta al pieno fulgore della loro bellezza.”

“Soltanto nella gioia il creato continua ad essere creazione (la felicità al contrario è solo una costellazione di cose già presenti, gravida di significati e promesse) nella gioia l’esistente subisce una meravigliosa addizione, una pura crescita dal nulla. La felicità è debole nel coinvolgerci perché subito ci lascia il tempo per pensare alla sua durata e quindi preoccuparci. La gioia invece, è un momento senza obblighi, fin dal principio senza tempo, che non la si può trattenere ma non la si può neppure perdere. La gioia sublime non rinuncia al suo diritto di sorpresa, va e viene a piacimento; e da tempo ormai ho imparato a non pretendere che sia la conseguenza di una qualche gioia precedente. Ormai il mio orecchio è allenato a sentire la possibilità della gioia anche lì dove non c’è.”

“La nostra sicurezza deve invece in qualche modo trasformarsi in una relazione con il tutto, con il mondo nel suo complesso; essere sicuri per noi significa conoscere l’innocenza del torto e accettare la capacità del dolore di trasformarsi in forma; significa rifiutare i nomi per onorare, come fossero nostri ospiti, i singoli legami e collegamenti che il destino nasconde dietro ogni nome …significa non sospettare di nulla, non tenere nulla a distanza, non considerare nulla come Altro irriducibile, significa spingersi oltre ogni concetto di proprietà e vivere di acquisizioni spirituali e mai di possessi reali. Questa sicurezza tutta da osare accomuna le ascese e le cadute della nostra vita e in questo modo dona loro un senso. Accogliere la vastità dell’insicurezza: in un’infinita insicurezza anche la sicurezza diviene infinita.”

“La mia porzione di patria è sparsa qua e là negli animi degli amici”

“Nella vita si deve risvegliare in se stessi il più spesso possibile il sentimento dell’inizio. Basta un minimo cambiamento esteriore e, partendo dal nostro cuore, possiamo trasformare il mondo intero; se il cuore saprà essere sempre nuovo e smisurato, allora anche il mondo tornerà subito come nel giorno della creazione e infinito.”

“Spesso la rozzezza e la grossolanità di qualche colpo, o anche una distruzione palese, possono dare vita ad un nuovo ordine interiore dentro di  noi. E’ la più profonda opera della forza della vita, che il male si dispieghi nel bene, si capovolga in bene: senza questa sorta di magia saremmo tutti cattivi, perché il male ci tocca tutti, ci penetra dentro, e non c’è nessuno che non potrebbe essere colto di sorpresa in un momento in cui è ‘cattivo’, e per questo nessun essere umano ‘è cattivo’, e per questo nessun essere umano deve mai pensare di ‘essere cattivo’; ma il segreto è che il male non sta fermo, è vita e quindi si muove. Nessun essere umano ha avuto il tempo di essere cattivo, il male si è spostato: già non è più quel che era.”

Ciò che rende preziosa e indicibile la nostra esistenza è che essa adoperi le esperienze dolorose per penetrarci nell’animo.  Anche la felicità può servire da appiglio per spingerci ad esplorare ciò che per sua stessa natura trascende. La differenza è  però che quando siamo felici non dobbiamo compiere nessuno sforzo per capire che ci sta accadendo del bene; anche se poi la difficoltà di mettere a frutto il bene contenuto nella felicità non è minore rispetto a quello di riconoscere che c’è qualcosa di positivo alla base di ogni perdita che il dolore ci infligge.”

C’è un momento benedetto nella vita interiore in cui si accetta o si sceglie, da allora in poi, con ogni forza, con ostinazione, DI AMARE IL PROPRIO PIU’ GRANDE TERRORE, IL MAGGIOR DOLORE CHE, SOPPESANDOLO CON LE NOSTRE PERSONALI UNITA’ DI MISURA, ABBIAMO MAI PROVATO. Una volta presa questa decisione, la parola ‘separazione’ non si svuota di significato ma diviene una ‘una dolce mancanza di nome’ per un’infinita quantità di scoperte, armomie, rivelazioni prima impensabili e inesistenti.”

Neanche il tempo consola, al massimo mette un poì a posto (…) sfuggire ogni consolazione di fronte alla perdita, al lutto, dovrebbe essere il  nostro istinto naturale, anzi dovremmo sviluppare una profonda, dolorosa curiosità indagatrice per le peculiarità, le unicità di quella specifica perdita, sperimentare gli effetti che ha sulla nostra vita, dovremmo stimolare la nostra nobile cupidigia proprio di quella perdita, del suo significato, della sua difficoltà, per arricchire il nostro mondo interiore… Quanto più profonda la ferita, quanto più forte il colpo che ci infligge un simile lutto, tanto più esse rappresenta un compito. Questo è dolore attivo, che partecipa alla nostra vita interiore, è l’unico che abbia senso e che sia degno di noi. Per quel che mi riguarda, per me è morto solo ciò che è morto dentro di me, ossia negli abissi del mio cuore. La morte si annida così in profondità nell’essenza dell’amore che non la contraddice mai… se solo potessimo conoscere la morte sempre soltanto insieme all’amore… perché, a pensarci bene, la morte dove mai potrebbe nascondere la persona che abbiamo sempre portato nel cuore con cure indicibili, se non in quello stesso cuore? Non voglio dire che si debba amare la morte, però si deve amare la vitacon tale generosità senza calcoli e preferenze, cosicché, quasi senza vederlo, ci si trovi a includere in questo amore anche la morte.”

 

Da “La vita comincia ogni giorno” raccolta delle lettere di Rainer Maria Rilke.

L’Orma Editore

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Our love

Citazioni libere e scelte fra libri spontanemente incontrati

Ero terrorizzata dal sesso. (…)
Non intendevo perdere la verginità con qualcuno di mio gradimento, per non rischiare della prima persona con cui avessi fatto sesso. Volevo farlo con qualcuno di cui non mi importava nulla. Sapevo che quando una ragazza andava a letto per la prima volta con un ragazzo, di solito era innamorata di lui; ma poi immancabilmente il ragazzo la lasciava, e lei soffriva. Volendo evitare tutto ciò, escogitai un piano: avrei cercato un ragazzo noto per avere un’intensa vita sessuale, e lo avrei usato per perdere la mia verginità. Dopo di ché sarei stata normale come tutte le altre. Ma doveva succedere di domenica, verso le dieci, per dire a mia madre che andavo al cinema, che facevano una proiezione mattutina, di sera, infatti non  mi avrebbe lasciato uscire. Così andai all’accademia, mi guardai in giro e scorsi un tipo noto per frequentqre feste e bisbocce.  Era perfetto, sapevo che gli piaceva le musica, così andai da lui e gli dissi:” sai ho il nuovo disco di Perry Como. Ti va di sentirlo?” Non posso prestartelo ma possiamo sentirlo insieme. Così il tipo disse “va bene, quando?” E io ” che dici di questa domenica?” “A che ora?” “Alle 10 di mattina” “Sei matta?” scattò lui. “d’accordo” dissi “alle 11?” (…) facemmo sesso senza neanche essere completamente svestiti, e gridai. Allora lui si accorse che ero vergine e si arrabbiò così tanto da cacciarmi di casa. Ma ero fiera di essermi tolta il pensiero. Avevo 24 anni. Vivevo ancora con mia madre, che pretendeva che fossi a casa alle 10 di sera.

Durante l’ultimo anno dell’accademia mi innamorai… Aveva un grande talento e una testa che funzionava in modo imprevedibile. Era diverso da chiunque avessi conosciuto. le sue idee erano le cose più sexy di lui. Cominciammo a stare insieme ma ogni sera dovevo essere a casa alle 22.

Era una strana storia quella tra Nesa e me. Tra noi l’attrazione era forte, e io volevo sempre fare l’amore ma lui non riusciva mai a portare a termine il rapporto. la cosa era frustrante per entrambi. Ma poi, non so come, mi ritrovai comunque incinta. Abortii. Il primo dei tre aborti che feci in vita mia. Non ho mai voluto avere bambini. (…) Il mio pensiero dominante era la libertà.

(…)

“Quand’ è il tuo compleanno?” chiese Ulay.  “Il 30 novembre” risposi. “Impossibile” fece lui “quello è il mio compleanno ” “ma dai” (…) quella sera tornammo a casa sua e restammo a letto per i dieci giorni successivi, la nostra intensa alchimia sessuale fu solo l’inizio. Il fatto che fossimo nati lo stesso giorno era più di una coincidenza, fin dall’inizio respirammo la stessa aria; i nostri cuori battevano all’unisono. Ciascuno finiva le frasi dell’altro, sapendo esattamente che cosa aveva in mente, anche quando dormiva; parlavamo in sogno e nel dormiveglia, e poi ci svegliavamo e e continuavamo il discorso. Se mi facevo male a un dito sul lato sinistro, lui si faceva male al suo dito sul lato destro. Quell’uomo era tutto ciò che volevo e sapevo che lui provava lo stesso per me. (…)

E per quanto fossi pazza di lui, per quanto respirassi la sua aria, mi esaltassi per le sue gioie e soffrissi i suoi dolori, sotto sotto percepivo una certa ambiguità. Sentivo che non avrei mai potuto avere un figlio da Ulay, perché lui aveva sempre abbandonato tutti… al tempo stesso credevo che la nostra collaborazione sarebbe durata per sempre. Ulay e io cominciammo a progettare di fare arte insieme.

Mi rendo conto che è un tema a cui ritorno costantemente: cerco sempre di dimostrare a tutti che posso farcela da sola, che posso uscirne intera, che non ho bisogno di nessuno, e anche questa è una maledizione, in un certo senso, perché sono sempre occupata a fare cose -a volte troppe- e perché sono stata lasciata da sola (come in un certo senso desideravo) e senza amore.

Marina Abramovic “Attraversare i muri”

“Our love” Sharon Van Etten

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Cosa è successo? E’ successa l’arte

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“Non so perché mi rifiutassi di camminare, ma penso che c’entrasse il fatto di essere passata da una casa ad un’altra. Mi sentivo disorientata, e probabilmente pensavo che se avessi camminato avrei dovuto andare di nuovo da qualche parte”

Mio padre continuava ad essermi amico, e io divenni sempre di più la nemica di mia madre. Mia madre era ossessionata dall’ordine e dalla pulizia. Mi svegliava a notte fonda se pensava che dormissi in modo disordinato, scompigliando le coperte. Ho imparato la mia autodisciplina da lei, e ho sempre avuto paura di lei. Tutt’oggi dormo su un lato del letto, perfettamente immobile e quando mi alzo la mattina, mi basta un gesto per rifare il letto. Quando dormo in stanze d’albergo, è difficile trovare tracce della mia presenza.”

“Per quanto costretta, trovai nei libri la mia via di fuga. Come succedeva nei miei sogni, la realtà dei libri che leggevo, era più forte di quella che mi circondava. Leggere Rilke, era come respirare puro ossigeno poetico. Parlava della vita in modi che in precedenza non avevo mai inteso. Le parole con cui esprimeva la sofferenza cosmica e la conoscenza universale, erano in sintonia con i concetti che in seguito trovai nel buddismo zen e nei mistici sufi, leggerle per la prima volta fu inebriante. Quando leggevo un libro così, non uscivo di casa finché non l’avevo finito. Mi limitavo ad andare in cucina, mangiavo e poi tornavo in camera mia, leggevo, mangiavo un’altra volta, tornavo a leggere. E basta. per interi giorni di fila.”

“La mia adolescenza fu disperatamente goffa e infelice. Nella mia testa ero la ragazza più brutta della scuola. Di una bruttezza incredibile. Ero sempre preda della vergogna e dell’imbarazzo. Da ragazza, non riuscivo a parlare con la gente. Adesso posso stare davanti a tremila persone senza appunti, senza una traccia di quello che dirò, anche senza materiali visivi di supporto; e posso guardare negli occhi ciascun membro del pubblico, e parlare per due ore senza fatica. Cosa è successo? E’ successa l’arte”.

Marina Abramovic “Attraversare i muri”

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Mi accorgo

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Quando cammino per strada mi accorgo di camminare, mi accorgo del passo, se ho davvero bisogno di accelerare o no, se con la mente sono già nel luogo dove sto andando o se riesco a gustare ogni passo. Mi accorgo delle distrazioni e delle attenzioni necessarie, mi accorgo dei commenti inutili nei riguardi dei passanti o di quello che mi circonda, mi accorgo se mi sgrido, anziché semplicemente notare, mi accorgo che anziché abolire i commenti posso trasformarli in attimi di compassione, prima di tutto verso di me che NON TENGO A CASA IL CUORE, che critico tutti per non sentire me stessa, e poi verso gli altri che non sanno di me o che fanno lo stesso lavoro di spadaccini smemorati nei miei confronti. Cammino per sapere dove andare. Spero di incontrarmi presto. In ogni passo.

Chi non prova alcun tremito per la propria sofferenza, chi non si accoglie, non si custodisce quando soffre, è impossibile che possa sentire vera compassione per la sofferenza di un altro. La compassione è un atteggiamento, verso di sé prima di tutto e poi verso il mondo, verso gli altri, non solo gli esseri umani ma anche verso gli animali, i vegetali, l’ambiente che ci circonda e chiede la nostra cura e non vede l’ora di restituirci altrettanta segreta cura. Iniziamo a inviare a noi stessi semplici frasi di augurio e di benedizione. Poi, quando le frasi hanno lavorato il nostro spazio del cuore, dissodandolo, ammorbidendolo, passiamo a inviarle ad altri. Partiamo da qualcuno che ci ha fatto del bene, che ci ha aiutato e sostenuto. Proseguiamo con un’amica o un amico caro. E poi, una persona neutra, qualcuno che notiamo appena, un essere che non è mai entrato in pieno nella nostra attenzione e nella nostra vita. Passiamo a qualcuno che ci ha fatto del male, qualcuno con cui c’è ostilità, il cosiddetto ‘nemico’. E infine allarghiamo la benedizione a tutti gli esseri.

È importante scoprire che la capienza del cuore può ampliarsi, che esistono pratiche che sono come una ginnastica per il cuore (…) ci insegnano a volere il bene di tutti. Non significa condonare le azioni o negare la ferita. È dare la possibilità di venire alla luce a tutto quello che tenevamo stretto e nascosto, permettendoci di sentire la rabbia, il rancore, l’odio, il desiderio di vendetta è lasciando che si trasformino, nell’ospitalità del cuore, senza giudizi e senza fretta.

Possiamo inviare le frasi “che la tua gioia possa durare più a lungo possibile”… è la cura della nostra celata e imprevedibile invidia… è come diventare spazzini del proprio cuore.

C.L. Candiani

Sentire spoglio

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Prima di tutto bisogna avere un corpo. Possiamo avere, essere, carne, senza avere, essere corpo. Spesso la paura taglia il legame fra noi e il corpo. La ripetuta attenzione al respiro, alla sensazione, alle sensazioni, ai suoni fa percepire la vita che continuamente scorre in noi e riallaccia il legame con il sentimento d’essere. E’ necessario lasciarsi attraversare da un sentire spoglio, senza aggiungere, senza togliere, lasciandoci attraversare dall’impatto con il mondo. L’aggiunta che noi facciamo al male è la vergogna, la paura, il senso di fallimento, l’avversione ostinata alla sofferenza. Si tratta di interrompere l’autonarrazione che descrive, aggiunge commenti, cronache in diretta o differita e stare invece con la nudità del sentire, lasciarsi fare e disfare dal sentire che non ci è nemico, è tutt’uno con l’essere al mondo, con il ricevere l’impatto sensoriale con il mondo.

Occorre creare inizialmente un  nido, un luogo in cui tornare, il respiro, il corpo, le sensazioni, la coscienza ben radicata nell’organismo, un luogo a cui poter fare costante ritorno. Come gli uccelli che iniziano a volare , non si allontanano mai troppo dal nido, dal principio. Poi scoprono che ci sono tanti appoggi, piccoli nidi provvisori, stazioni di sosta: rami, tetti, muri, sporgenze. Allora si va, più liberamente, più sicuri, perché il ritorno è sempre più frequente e a portata di mano, perché si impara a tornare a sé sempre e ovunque, perché non c’è più un’unica postura per farlo, ma piuttosto un atteggiamento di diffusa fiducia nel percorso. Ci vuole un centro, qualcosa a cui tornare, altrimenti ci si polverizza.

C’è un no nella paura, non vogliamo viverla. Ricordo notti intere in cui la mia paura si trasformava in terrore e pietrificazione perché mi rifiutavo di sentirla, non ero pronta. In realtà una sensazione non può durare che al massimo due o tre minuti, poi cambia. Quello che la può rendere apparentemente continua sono le nostre aggiunte, i commenti , le critiche, l’autonarrazione.

La paura è sempre nel tempo. E’ nel passato, la paura di qualcosa che è già avvenuto e temiamo che torni o si ripeta. O nel futuro come anticipazione di qualcosa. O nel presente, come ansia che non ci permette di sentire cosa stia realmente accadendo. La consapevolezza non appartiene al tempo, vive nel fluire, trascorre, tutt’uno con la vita stessa. come il respiro. Niente interrompe la consapevolezza, è come credere che le onde interrompano l’oceano. Le onde sono il movimento dell’acqua, la sua energia. Così sensazioni, pensieri, emozioni sono le onde, l’energia che attraversa la nostra coscienza che fondamentalmente è pace.

Sapere stare nel flusso, sapere che se c’è alba c’è tramonto, se c’è nascita c’è morte, se c’è tramonto c’è alba e se c’è morte c’è nascita, insegna a tornare alla fonte anziché orientarsi sempre a una meta.

Non siamo soli, siamo tutto, e per scoprirlo occorre attraversare un profondissimo, assoluto senso di solitudine. La paura della solitudine è un altro degli ostacoli al percorso verso se stessi, un percorso indispensabile.

E’ il concettto di farcela che va riscritto in noi, non più la conquista, la sfida, la crescita all’infinito, ma il sintonizzarsi, l’ascolto umile e attento degli insegnamenti che bussano nei fili degli astri, nelle zanzare e negli elefanti, nelle creature che stanno scomparendo e in tutto quello che resta, nella responsabilità di stare svegli e sensibili in questo immenso non-sapere.

C.L. Candiani

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La poesia e la paura

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Scrivere della paura, scrivere in poesia, la lingua delle schegge, mi ha reso immaginabile l’inimmaginabile, togliendo peso ha ridato gravità. La grazia della poesia, il suo essere dono, dettata da altro, da una memoria che ci precede, ha fatto da contrappeso, con la leggerezza acuminata dei versi ha riportato sulla terra, entro la legge di gravità, quello che aveva avuto bisogno di essere espulso, di essere solo aria, solo notte, solo sfondo.

La poesia non libera dalla paura, le dà un contesto, una vivibilità. Grazie alla poesia è possibile frequentare la paura all’insaputa di se stessi, abitarla senza esserne sequestrati, entrare e uscire, sostare sulla porta.

La poesia sa condurre al territorio del non so, costringe all’intimità con il non conosciuto. Risponde alla paura contemporanea del vuoto, quel vuoto fecondo che permette l’incontro con l’altro, lo spazio tra me e te in cui potersi emozionare. E questa paura del vuoto è forse tutt’uno con la paura dell’intimità? E cosa crea più intimità della parola viva?

 

C.L. Candiani

Repiro presenza

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La pace non è la quiete ma pittosto l’accoglienza dell’irrequietezza.

All’inizio è necessario costruire un nido dentro di noi, traslocare dalla mente discorsiva che costantemente ci descrive i fenomeni e che ci racconta tutto quello che siamo stati che siamo e che saremo, a un nido di silenzio che sta in pieno corpo: il cuore.

Impariamo a conoscere un amico che nasce con noi e con noi muore, il compagno discreto di tutta una vita che non consideriamo quasi mai: il respiro.

Il respiro è un sensore per imparare a entrare in relazione con lui, fino a una vera intimità, ci permette di conoscre il nostro mondo interno e quello esterno in modo assolutamente diverso dalla conoscenza mentale e anche da quella emotiva che non avevamo prima.

Entrare in contatto con il respiro significa diventare saldamente delicati.

Non catturare il respiro, non fargli la posta, ma avanzare con rispetto e avvicinarlo con cura, come faremmo con un essere selvatico rimasto a lungo solo. Deve abituarsi a noi e noi abituarci ad avvicinarlo non per modificarlo ma per conoscerlo.

La postura del cuore è: io sono qui, aperta a qualsiasi cosa sorga e mi visiti, sono radicata a terra, sono il suo sostegno, e insieme mi alzo verso il cielo, nello spazio, li cucio. Il respiro è il mio alleato, mi fa stare in questo momento che fugge.

Imparando a conoscere intimamente il respiro, ci accorgiamo che ha due pause, una breve tra inspirazione ed espirazione e una più prolungata alla fine dell’espirazione, prima di inspirare di nuovo. Riuscire a sostare in questa pausa è come sostare nella terra della mancanza, senza cercare rimedi né cause, è entrare in contatto con il nostro fondamentale, radicale mancare e scoprire che dimorando nella sua precaria, sfuggente terra, ci ricarichiamo, siamo.

E’ meraviglioso lasciarci disturbare dalla vita, dagli altri e nello stesso tempo non restarne schiacciati. Non si tratta di essere imperturbabili, ma imperturbabili dal turbamento, accogliere ogni visitatore…

Non è facile, si tratta di spiazzarsi, non essere più in centro, ma una grande periferia sconfinata, e vedere sorgere e tramontare i fenomeni e accorgerci dell’amorevole sfondo che rimane e che non è di nessuno.

La giusta vicinanza ci permette di arrivare non più ad una reazione ma ad una risposta.

Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamiamo “il mio carattere”, se non comprendiamo che tutto è meditazione, la nostra vita resta sempre la stessa, centrata sull’io.

Essere presenti significa essere presenti al proprio io come ad un oggetto di studio.

Dove c’è presenza non può esserci io e solo la presenza ci raggiunge e ci trasforma. Quando siamo nella presenza, sappiamo esitare, fare silenzio, sappiamo non sapere.

La presenza è smettere di avere paura della propria delicatezza.

Va allenato uno sguardo tenero, compassionevole, uno sguardo fermo che vede i limiti ma non si trasforma in giudice…

C’è un punto in cui il dolore diventa anonimo… è l’energia di essere al mondo, di avvertirsi separati e di percepire la nostalgia e il richiamo all’unità.

Essere in contatto con la fonte del desideri, con il nostro costante mancare è l’essenza della meditazione. Essere alla fonte è smettere di desiderare, perché si abita il desiderio, perché si aiuta il desiderio, si é il desiderio senza più oggetto, e il cambiamento inizia accogliendo se stessi, la nostra incompiteza, la nostra mancanza… attendendo alla trasformazione che arriverà quando il trempo sarà maturo.

La meditazione è seminagione di sacro nell’ovvietà quotidiana.

C.L. Candiani

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