Pieghe tra le pagine blog

filo spinato (lettere dalla pandemia)

Nei post che seguiranno accosterò frasi scelte dalle Lettere che Etty Hillesum scrisse nel campo di concentramento di Westerbork a risonanze  incontrate in tempo di pandemia. Affondo la mia traccia nella speranza di fare anima, toccare solitudini, valicare distanze. Desidero custodire l’esperienza umana solcata a piccoli passi lungo il filo spinato di questo tempo.

“Se noi dai campi di prigionia, ovunque siano nel mondo, salveremo i nostri corpi e basta, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita ad ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni nuova situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo affrontare – se non li ospitiamo nella nostra mente e nel nostro cuore per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione-, allora non siamo una generazione vitale”

Etty Hillesum “Lettere 1941-1943” Edizione Integrale Adelphi 2013 pag. 57

 

Il rischio che sento è l’ansia del trattenere, rimanere attaccati, mettere energie al fine di salvaguardare uno status quo che ha dato il giro. Una superficie di specchi lungo la quale tentare assurda risalita per paura del nuovo, paura del vuoto, paura di perdere… invece di lasciarci scivolare giù. Imparare le onde, imparare a surfare nel ribaltone di correnti che sta scuotendo il mondo. Noi privilegiati, noi ancora vivi, noi “non intubati” con o senza cane, con o senza giardino, noi con o senza mascherina, con la dispensa vuota, con la dispensa piena, noi fuori dagli ospedali, noi ai quali è chiesto di restare a casa, abbiamo una responsabilità più intima di fronte al focolare: lasciare andare.

Lavorare alacremente ognuno nel suo per portare avanti la propria micro o macro missione professionale o familiare ma insieme dentro, profondamente dentro, lasciare andare. Accettare la rivoluzione delle priorità, mollare il piccolo obiettivo, distogliersi dal “mio” enorme problema di ieri, dal calcolo millimetrico del futuro prossimo, dall’accumulo, dal perimetro dell’orto che m’ero sudato. Si staglia davanti a noi un’occasione magica. L’universo ci pone di fronte ad un’enorme opportunità di condono: possiamo abbattere i muri delle nostre paure, gettare i vecchi sintomi oltre il filo spinato, guardarli dalla distanza di una condizione nuova che ci rende uguali tutti, bisognosi tutti. Uscire dall’isolamento del mio-io-mio e provare a mollare ancora un poco quel nostro egocentro e tentare d’essere attenti aperti al qui ed ora di questo momento.

Siamo dentro ad un passaggio che farà la storia e non siamo sfortunati. Non è un peccato non poter portare a casa una vita lunga e pasciuta evitando le buche più dure. Siamo i protagonisti possibili di un salto della specie; non dal pipistrello all’uomo ma dall’uomo ad un essere realmente umano. 

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il lavoro dell’oggi

 

 

Senti che per te non è ancora finita

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Foto Hoi Han, Vietnam

“D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se da dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in gran parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere. Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. Alla stessa stregua, non importa se sei più o meno autonomo, se e quante volte sei stato tradito, se il tuo esame di coscienza è più o meno radicale, più o meno sconsolante: comunque stiano le cose, presumi che per te ci sia ancora speranza, o almeno un futuro.” […]

Iosif Brodskij Fondamenta degli Incurabili”

La verità risiede nella capacità di essere felici

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Cos’è quella nostalgia che a volte ci coglie di sorpresa? Quel desiderio inesprimibile che ci spinge a cercare la felicità, o l’incanto che proviamo di fronte alla bellezza? Perché esistono le musiche di Mozart e quelle di Beethoven, o le statue di Michelangelo? Perché si muovono le onde del mare e sbocciano le rose, ruotano i pianeti e danzano i granelli di polvere vicino alla finestra? Siamo immersi in un grande universo in movimento e partecipiamo tutti, con la nostra vita, alla sua danza cosmica.

(…) coloro che hanno scoperto in se stessi la fonte della gioia, della creatività e dell’amore, ci invitano a seguire il desiderio del nostro cuore perché (…) il desiderio è sentimento e il sentimento è desiderio. Quel sentire è la via che ci riporta a Casa. Il desiderio è il sogno dell’anima.

Tornare bambini e abbandonarsi fiduciosi a ciò che sentiamo vero dentro di noi; acquietare la mente e mettere da parte i suoi “saggi” consigli per seguire le richieste “folli” del nostro cuore; infrangere tutte le convenzioni per avventurarsi con l’immaginazione in altri mondi, ascoltando i segni che l’universo ci invia attraverso coincidenze e sincronicità; amare e rispettare la vita in tutte le sue forme ed essere grati per quanto riceviamo; aprirci all’abbondanza, pronti a donarci in ogni istante, assumendoci la responsabilità delle nostre scelte; accettare il dolore come momento di trasformazione e purificazione, ma cercare sempre la gioia e la felicità della piena realizzazione, perché la verità risiede nella capacità di essere felici.

Tratto da “Rumi dialogo con l’universo” di Giuliana ColellaIMG_1915

foto, Vietnam Tay Ninh

 

Lontananze

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

“Quando si arriva ad accettare che persino fra gli esseri umani più legati continuino ad esistere distanze infinite, si può vivere meravigliosamente fianco a fianco se ciascuno riesce ad amare quella distanza in modo da vedere l’altro stagliarsi contro il cielo nella sua completezza”

Rainer Maria Rilke “lettere”

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Bivacchi

Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

 

Vi sono montagne esterne e montagne interiori e la loro stessa presenza ci attira, ci sfida a scalarle. Forse l’autentico insegnamento di una montagna è che la si porta tutta dentro di sé, sia quella esterna, sia quella interiore. A volte la si ricerca ripetutamente senza trovarla, finché arriva il momento in ci si è effettivamente motivati e preparati a trovare la via che dalla base porta alla cima. La scalata è una possente metafora della ricerca nella vita, del percorso spirituale, del cammino di crescita, trasformazione e comprensione. In definitiva, la vita stessa è la montagna, la maestra che ci offre occasioni perfette finalizzato alla crescita di forza e saggezza. In effetti, l’avventura è la scalata, non stare in vetta. Senza dimenticare di rifornire il bivacco che si lascia per coloro che verranno in seguito e di scendere la montagna in modo da trasmettere agli altri scalatori le conoscenze acquisite perché possano approfittare di quanto si è appreso durante l’ascensione.

Alzarsi presto al mattino può avere l’effetto di infondere grande forza nella vita di una persona, indipendentemente dalla pratica della consapevolezza. Solo assistere al sorgere del sole ogni giorno, è di per sé un segnale di risveglio.

La corsa affannosa della giornata non è ancora iniziata. Lascio il letto e dedico un’ora al mio essere, senza far nulla. Dopo 28 anni questa abitudine non ha ancora perso il suo fascino. Talvolta ho difficoltà a svegliarmi e la mente o il corpo fanno resistenza, ma è fondamentale meditare comunque, anche se non me la sento. Una fra le principali virtù della disciplina quotidiana è l’acquisizione di una certa permeabilità ai richiami di stati d’animo transitori. L’impegno ad alzarsi presto per meditare diventa indipendente dal volerlo assolvere un determinato mattino. La pratica ci richiama ad uno standard di vita più elevato, ricordare l’importanza dell’ essere vigili e la facilità con la quale si può scivolare dentro uno schema di vita automatica, priva di attenzione e sensibilità. Il solo alzarsi presto per praticare l’inattività è un processo temprante. La disciplina apporta costanza indipendentemente dal risultato del giorno precedente e di quello che si sta per intraprendere. Io mi applico in modo particolare a ricavarmi uno spazio per la pratica formale, anche per pochi minuti, nei giorni che si prospettano densi di avvenimenti, felici o sgradevoli, quando ci sarà molto da fare e i sentimenti si esprimeranno con la massima intensità. In questo modo è meno probabile che mi sfugga il significato intimo di questi momenti e potrei anzi superarli con maggior agio.

“L’arte più degna è influire sulla qualità del giorno” Thoreau, “Walden”

Si deve essere disposti a lasciare che sia la vita a divenire maestra. La sfida della consapevolezza è lavorare precisamente con le circostanze in cui ci si trova – per quanto spiacevoli, scoraggianti, restrittive, interminabili e senza uscita possano sembrare- e assicurarsi di aver fatto tutto ciò che era in nostro potere per utilizzare le energie e trasformarsi, prima di decidere di limitare le perdite e passare ad altro. “Lo scopo della meditazione non è l’illuminazione; sta piuttosto nel dare attenzione anche ai momenti non straordinari, nell’appartenere al presente, a nulla se non il presente, nel portarsi questa coscienza dell’adesso in ciascun evento della quotidianità” Paul Matthiessen ‘Il leopardo delle nevi’. Ciascun bambino  – o cane – che arrivi nella nostra vita, può essere considerato un piccolo Budda o maestro Zen, un insegnante personale di consapevolezza, paracadutato nella mia vita, la cui presenza e le cui azioni avrebbero certamente toccato ogni corda e messo alla prova ogni mia convimzione e limitazione, offrendo continue occasioni per verificare se fossi attaccato a qualcosa e disposto a distogliermene.

Indagine non significa trovare risposte, specialmente rapide, frutto di un pensiero superficiale. Vuol dire chiedere senza attendersi risposta, riflettere sulla domanda, portare l’interrogativo dentro di sé, lasciarlo filtrare, ribollire, cuoecere, maturare, entrare e uscire dalla coscienza, come tutte le altre cose. Per indagare non è necessario stare immobili. L’indagine e la consapevolezza possono avere luogo simultaneamente. Sono infatti la stessa cosa, proveniemti da direzioni diverse. L’indagine non consiste tanto nel pensare le risposte, anche se domandare produrrà molti pensieri che sembreranno risposte, quanto invece nel prestare attenzione alle immagini evocate dal nostro interrogatorio, come se fossimo seduti sulla sponda del fiume dei nostri pensieri, ascoltando l’acqua che scorre sopra e attorno alle rocce, ascoltando, ascoltando e osservando una foglia e un ramo trasportati dalla corrente.

Non tentiamo con tanto accanimento di essere ‘qualcuno’ proviamo invece direttamente ad essere. Partiamo da dove ci troviamo per lavorare qui. Meditazione non significa spersonalizzarsi, bensì vedere le cose come sono, non distorte dai nostri processi mentali. Se smetteremo di cercare di apparire migliori di quanto siamo, per timore di essere inferiori al nostro autentico valore, la nostra personalità reale sarà più autentica e felice, oltre che più sopportabile per gli altri.

Forse la cosa più ‘spirituale’ che ciascuno di noi può fare è semplicemente guardare con i propri occhi, vedere con occhi di completezza, e agire con integrità e tenerezza.

Tratto da “Dovunque tu vada ci sei già” Jon Kabat Zinn

Tempratura

La meditazione aiuta a risvegliarsi da un sonno di automatismo e inconsapevolezza ponendoci nelle condizioni di vivere la nostra vita godendo pienamente di tutte le nostre potenzialità consce e inconsce.  Si fonda sull’autoindagine, la messa in discussione della nostra visione del mondo, della posizione che vi occupiamo e l’apprezzamento della pienezza di ciascun momento della nostra esistenza, il mantenimento del contatto con la realtà. Consapevolezza significa prestare attenzione in modo peculiare: di proposito, nel momento presente e senza presunzione. Essa fornisce un modo semplice ma vigoroso per sbloccarsi e recuperare saggezza e vitalità, per riappropriarsi del significato e della qualità della propria vita, compresi i rapporti con la famiglia, l’ambiente di lavoro, il mondo e l’intero pianeta in generale, ma, soprattutto del rapporto con se stessi come persone.

L’abitudine d’ignorare la realtà attuale provilegiando i momenti futuri conduce direttamente a una totale mancanza di attenzione per la quotidianità in cui siamo coinvolti. A questo si aggiunge una mancanza di lucidità e comprensione di come la nostra mente condiziona le nostre percezioni e azioni Essa limita drasticamente la nostra concezione della persona come tale, dei rapporti reciproci e del mondo che ci circonda.

Quando ci impegnamo a prestare attenzione senza riserve, senza facrci codizionare da preferenze o antipatie, opinioni e pregiudizi, proiezioni e aspettative, si aprono nuove possibilità e ci viene offerta l’occasione  di liberarci dalla camicia di forza dell’inconsapevolezza. Il principio fondamentale è essere se stessi, trovarsi in armonia con la propria natutra più profonda e lasciare fluire liberamente al’esterno. Vuol dire svegliarsi e vedere le cose come sono, riconoscere la propria vera natura. Non vi è nulla di freddo, analitico o insensibile in questo. La pratica della consapevolezza si esprime con dolcezza, comprensione e attenzione. In altri termini, amorevolezza.

Il flusso incessante di pensieri che emanano dalla nostra mente ci lascia scarsissimi momenti di sollievo interiore. veniamo travolti dalla corrente che finisce col sommergere la nostra vita portandoci dove forse non intendiamo andare, senza neppure essere coscienti della direzione. Meditazione significa imparare a svincolarsi dalla corrente, sedere sulla sponda ascoltarla, trarne insegnamento e poi sfruttarne le energie per farci guidare anziché dominare.  La pratica di meditazione è lo sforzo di coltivare la nostra capacità di vivere il presente.

“Se la tua mente non è annebbiata da pensieri inutili, questa è la miglior stagione della tua vita” Wu-Men

L’unico modo per realizzare qualcosa di valido è fare in modo che provenga dal non-agire, senza preoccuparsi se sarà utile o meno. Altrimeti l’autocoinvolgimento e l’avidità possono insinuarsi e distorcere il rapporto col lavoro. Il non-agire può essere attuato all’interno dell’azione o dell’immobilità. La quiete interiore di chi opera si fonde con l’attività esterna al punto che l’azione crea se stessa. Nessuna applicazione dlla volontà, nessun ‘Io’ che rivendichi un risultato, il non-agire è la pietra angolare della maestria in qualsiasi campo dell’attività. In certe situazioni, sono utili anni di pratica e di esperienza che fanno emergere un’imprevista capacità di lasciare che l’esecuzione si svolga al di là della tecnica, dell’esercizio, del pensiero.

Alcuni atteggiamenti costutuiscono terreno fertile.

La pazienza è quasi inevitabile per coltivare anche la consapevolezza e renderà la pratica più ricca e matura. Essa è un’alternativa all’endemica irrequietezza e insofferenza della mente. Scalfite la superficie dell’impazienza e al di sotto, ad una profondità variabile, troverete la rabbia. Questo non significa che non bisogna affrettarsi quando è il caso. E’ persino possibile affrettarsi con pazienza e consapevolezza, nuovendosi velocemente per propria scelta. La pace e la determinazione a portar pazienza possono svilupparsi solo coltivando la compassione non limitata agli amici ma sentita egualmete per coloro che per ignoranza spesso interpretata come malvagità, possono causare sofferenza a voi e ai vostri cari. Non si tratta di una manifestazione spontanea; occorre praticarla e coltivarla. I sentimenti di collera emergono ugualmente, ma l’ira può essere usata, strumentalizzata, controllata in modo che le sue energie alimentino pazienza, compassione, armonia e saggezza in noi e forse anche negli altri.

Cercare di evitare ogni forzatura, ma ascoltare attentamente cosa dice la corrente del fiume. Cosa consiglia di fare? Se suggerisce di non agire, limitarsi a respirare, lasciare le cose come stanno, lasciare correre con pazienza, continuare ad ascoltare. Se il fiume dice qualcosa, intervenire, ma consapevolmente. Poi fare una pausa, attendere con pazienza, e ascoltare ancora.

Lasciar correre significa preferire la trasparenza alle forti pulsioni delle nostre simpatie e antipatie personali e all’inconsapevolezza con cui vi restiamo affezionati. Essere trasparenti comporta lasciare interagire paure e insicurezze nell’ambito della piena consapevolezza. Ammettere l’esistenza di uno schermo inconscio fra noi e i nostri interlocutori che filtra, colora, piega e distorce la visione.

Astenersi dal giudicare

Coltivare un atteggiamento fiducioso

Generosità: dispensare la pienezza del proprio essere, del meglio che si ha in sé, l’entusiasmo, la vitalità, lo spirito, la fiducia, la disponibilità e soprattutto la presenza. Dare più di quanto si creda di poter dare fiduciosi di essere più ricchi di quanto si pensi. Celebrare questa ricchezza, dare come se fosse inesauribile. Questo è dare regalmente.

Praticare la semplicità volontaria: fare una sola cosa alla volta e assicurarmi di essere partecipe, recarsi in meno anzichè in più luoghi in un giorno, vedere meno, per vedere meglio, acquisire meno, per avere di più. Rallentare i ritmi, non reagire all’impulso di chiamare proprio in quel momento, scegliere di non acquistare cose nuove senza riflettere, rimanere a casa senza far nulla o a leggere un libro, uscire a passeggiare da soli, andare a dormire presto… esercitarsi a dire no per mantenerela semplicità della propria vita. Impegnarsi alla semplicità in questa vita frenetica richiede un delicato equilibrio, correzioni, indagine costante, attenzione. Scegliere la semplicità, quando è possibile apporta alla vita un elemento di grande libertà e molte occasioni per scoprire che in realtà il meno può corrispondere al più.

La concentrazione ovvero astenersi deliberatamente dall’indagare quali direzioni abbia preso la mente nelle sue divagazioni sui motivi delle fluttuazioni dalla respirazione. Questo sviluppa una calma caratterizzata da una notevole stabilità; imperturbabile, profonda, indipendente dalle sollecitazioni esterne. Tuttavia per quanto intensa e soddidfacente, la pratica della concentrazione è incompleta se non è integrata e approfondita dalla consapevolezza.

La visione: La pratica stessa dovrà divenire l’esternazione quotidiana della vostra visione e comprendere gli aspetti per voi più validi. Questo non significa tentare di cambiare o essere diversi da ciò che si è. Si tratta piuttosto di aver ben presente quello che per voi è più importante, evitando che vada perduto o sia travisato in un momento particolarmente difficile o in un tumulto di emozioni.

Un lavoro interiore di questo genere, inteso a prendere coscienza della propria psiche è di per sé un’iniziazione, un processo di tempratura che di solito implica un forte fervore, per perseverare. Ma il risultato sarà padronanza, perdita dell’ingenuità,raggiungimento di un ordine interiore che non si può ottenere senza disciplina, il fervore, la discesa nella parte più oscura di noi stessi e la paura. Perfino le sconfitte spirituali che subiremo serviranno a temprarci. Gli junghiani lo definiscono lavoro dell’anima, lo sviluppo della profondità di carattere grazie alla conoscenza dei tortuosi labirinti della nostra mente. Il vostro respiro è come il filo che vi guiderà lungo il labirinto.

Tratto da “Dovunque tu vada ci sei già” di Jon Kabat-Zinn

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Liberazione

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Alcune volte non abbiamo scelta se non quella di scendere nell’oscurità e resistere a tutto l’orrore e la sofferenza che incontriamo. Senza nemmeno avere un barlume di speranza di trovare una soluzione che ponga fine a questa sofferenza. Se dobbiamo andare incontro a quello che accade con consapevolezza e accettazione è perché non esiste un’alternativa intelligente e praticabile. Se vi andiamo incontro non è per rassegnazione o resa ma per avere una relazione più saggia con tutto quello che c’è, con tutto quello che è stato e con il mistero di quello che sarà. C’è della forza in questo. C’è della dignità. Si tratta di risiedere con intensità e consapevolezza in quello che c’è. La buona volontà di stare in quello che non si conosce, con la consapevolezza di sapere e non sapere, capendo esattamente come rispondere a quello che emerge in un dato momento, entro le circostanze che troviamo, con gentilezza verso noi stessi e verso coloro che più necessitano della nostra tenerezza e chiarezza. Qui risiede la liberazione dalla sofferenza. La liberazione è nella pratica e in ogni momento in cui prendiamo rifugio nel campo del non sapere. Questi sono i momenti in cui possiamo prendere l’iniziativa in presenza di quelle narrative interiori che annunciano disperazione e fallimento. E anche nel momento in cui perdiamo le nostre menti e i nostri cuori, possiamo comunque ricominciare nell’attimo successivo, o nonappena ci sentiamo pronti. Possiamo ritornare più e più volte verso quel qualcosa di profondo e solido che è dentro di noi, che è affidabile, che è intero. La nostra stessa consapevolezza ha la capacità di liberarci, almeno temporalmente, dagli elementi tossici del pensiero e da quella abitudine alla sofferenza che generalmente emerge quando non è esaminata e accolta con consapevolezza. E’ fondamentale allinearsi intenzionalmente con il ‘non nuocere’ come fosse il nucleo centrale della motivazione  e il fondamento della pratica per acquisire una prospettiva diversa mediante la quale entrare in relazione con i propri stati transitori e con i propri più importanti bisogni.

Il primo veleno è l’avidità. Crediamo che ottenendo quel che ci manca ci sentiremo nuovamente completi, e questo è vero in parte. Ci si sente meglio, fino al momento in cui ci sentiamo nuovamente incompleti, a quel punto vogliamo afferrare un po’ di più. Questo dà inizio ad una cascata di insoddisfazioni senza fine: non significa che non dobbiamo desiderare delle cose o non avere obiettivi o ambizioni, ma semplicemente che potremmo generare meno sofferenza in noi e negli altri quando siamo consapevoli di quanto siamo attaccati ai nostri desideri. A quel punto, raggiunta la consapevolezza, possiamo permetterle di modulare i nostri pensieri, emozioni e azioni.

L’avversione è il rovescio della medaglia dell’avidità. Anche questa emerge da un attaccamentonon analizzato dei nostri desideri: solo che in questo caso si tratta del desiderio di volere che le cose siano diverse da come sono. La consapevolezza dell’avversione ci ricorda che non dobbiamo costantemente essere prigionieri dell’avversione rispetto a ciò che accade, che possiamo lasciarle andare come il fumo di una candela spenta. Questo non significa che non agiremo con forza rispetto a circostanze nocive o che ci minacciano: prendere una posizione di fronte ad eventi nocivi è una componente importante del vivere una vita integra, vigile, fatta di attenzioni. In effetti, a seconda delle circostanze, può trattarsi di un’attuazione e di un’incarnazione della nostra chiarezza, della nostra saggezza e della nostra compassione. Ma a quel punto non sarebbe più nulla di personale, piuttosto sarebbe invece la manifestazione della nostra interezza.

Il terzo veleno è l’illusione, noi viviamo dentro la bolla della narrazione di quel momento, molto spesso fraintendendo causa ed effetto degli eventi e di conseguenza rimanendo imprigionati in emozioni e pensieri che sono imprecisi e fuorvianti, troppo spesso la storia della nostra vita, non compresa e illusoria, diviene una profezia autorealizzante.

Il nocciolo della questione consiste nel vedere l’avvicendarsi tra questi diversi stati mentali e gli effetti nel corpo e coglierne le reazioni realmente avvertite, momento dopo momento. La chiave per cogliere e comprendere ciò che succede e per liberarci dall’impeto delle nostre inconsce abitudini, consiste nella possibilità di cogliere il momento in cui la mente registra per la prima volta tutto ciò che accade e lo registra come piacevole o spiacevole oppure né piacevole, né spiacevole. Questa è la prima e più importante lente che ci permette di conoscere tutti gli oggetti di attenzione. E può fare la differenza ma solo se riusciamo ad essere consapevoli di questo meccanismo di valutazione inconsapevole ed automatico. A questo consegue ‘desiderare di prendere’ ‘aver bisogno di scacciare’, ‘ignorare’. Quindi la consapevolezza di ciò che è piacevole, spiacevole o neutro, in qualsiasi momento della nostra vita, è la chiave per non essere preda dell’avidità, dell’avversione e dell’ignoranza. La sofferenza non risiede né nella piacevolezza né nella spiacevolezza, ma nell’avversione e nella cupidigia: sta nell’attaccamento e nell’autoidentificazione. La liberazione dalla sofferenza è la liberazione dall’avidità, dall’avversione, dall’ignoranza.

Attitudini fondamentali sono il non giudizio, la pazienza, la mente del principiante, la fiducia, il non cercare risultati, l’accettazione e il lasciar andare. (pag 119-130)

Accettazione fondamentalmente significa comprendere come stanno le cose, trovare nuove modalità per avere una relazione saggia con esse e poi agire in modo appropriato, con una visione più chiara delle cose. Liberarsi da una narrazione mentale che dice ‘devono esserci certe condizioni affinché questo momento sia un momento felice permette che nel momento successivo se sarà appropriato agire tu agirai, ma lo farai in piena presenza della mente e del cuore, grazie alla tua intelligenza emotiva e  non perché ti senti ‘sequestrato’ dai tuoi sentimenti, da ciò che, nel tuo intimo, senti di non poter accettare. Oppure non agirai in quel modo o non sarai così consapevole come speravi di essere, ma imparerai anche da questo. Lasciare andare non significa allontanare le cose ma non provare attaccamento, in particolare non provare attaccamento nei confronti del risultato. Implica non continuare a desiderare quel che vogliamo ottenere e non rimanere legati a quel che già abbiamo, o semplicemente a quel che pensiamo di dover avere. Lasciar andare significa anche non rimanere ancorati a quel che odiamo, a quello verso cui proviamo una fortissima avversione. L’avversione è solo un’altra forma di attaccamento. Quando coltiviamo l’intenzione di lasciar andare le cose per come sono, significa che riconosciamo che siamo molto più grandi e molto più ‘aperti’ della voce che continua a dirci ‘non può essere così’ oppure ‘deve andare così’. Calarsi nell’essere significa non dover scacciare più nulla. Abbracciare la realtà nella sua totalità in modo nuovo: è un modo di essere che si sviluppa attraverso la pratica.

Tratto da “Mindfulness per principianti”, Jon Kabat ZinnPieghe tra le pagine blog

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