Liberazione

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Citazioni libere e scelte fra libri spontaneamente incontrati

Alcune volte non abbiamo scelta se non quella di scendere nell’oscurità e resistere a tutto l’orrore e la sofferenza che incontriamo. Senza nemmeno avere un barlume di speranza di trovare una soluzione che ponga fine a questa sofferenza. Se dobbiamo andare incontro a quello che accade con consapevolezza e accettazione è perché non esiste un’alternativa intelligente e praticabile. Se vi andiamo incontro non è per rassegnazione o resa ma per avere una relazione più saggia con tutto quello che c’è, con tutto quello che è stato e con il mistero di quello che sarà. C’è della forza in questo. C’è della dignità. Si tratta di risiedere con intensità e consapevolezza in quello che c’è. La buona volontà di stare in quello che non si conosce, con la consapevolezza di sapere e non sapere, capendo esattamente come rispondere a quello che emerge in un dato momento, entro le circostanze che troviamo, con gentilezza verso noi stessi e verso coloro che più necessitano della nostra tenerezza e chiarezza. Qui risiede la liberazione dalla sofferenza. La liberazione è nella pratica e in ogni momento in cui prendiamo rifugio nel campo del non sapere. Questi sono i momenti in cui possiamo prendere l’iniziativa in presenza di quelle narrative interiori che annunciano disperazione e fallimento. E anche nel momento in cui perdiamo le nostre menti e i nostri cuori, possiamo comunque ricominciare nell’attimo successivo, o nonappena ci sentiamo pronti. Possiamo ritornare più e più volte verso quel qualcosa di profondo e solido che è dentro di noi, che è affidabile, che è intero. La nostra stessa consapevolezza ha la capacità di liberarci, almeno temporalmente, dagli elementi tossici del pensiero e da quella abitudine alla sofferenza che generalmente emerge quando non è esaminata e accolta con consapevolezza. E’ fondamentale allinearsi intenzionalmente con il ‘non nuocere’ come fosse il nucleo centrale della motivazione  e il fondamento della pratica per acquisire una prospettiva diversa mediante la quale entrare in relazione con i propri stati transitori e con i propri più importanti bisogni.

Il primo veleno è l’avidità. Crediamo che ottenendo quel che ci manca ci sentiremo nuovamente completi, e questo è vero in parte. Ci si sente meglio, fino al momento in cui ci sentiamo nuovamente incompleti, a quel punto vogliamo afferrare un po’ di più. Questo dà inizio ad una cascata di insoddisfazioni senza fine: non significa che non dobbiamo desiderare delle cose o non avere obiettivi o ambizioni, ma semplicemente che potremmo generare meno sofferenza in noi e negli altri quando siamo consapevoli di quanto siamo attaccati ai nostri desideri. A quel punto, raggiunta la consapevolezza, possiamo permetterle di modulare i nostri pensieri, emozioni e azioni.

L’avversione è il rovescio della medaglia dell’avidità. Anche questa emerge da un attaccamentonon analizzato dei nostri desideri: solo che in questo caso si tratta del desiderio di volere che le cose siano diverse da come sono. La consapevolezza dell’avversione ci ricorda che non dobbiamo costantemente essere prigionieri dell’avversione rispetto a ciò che accade, che possiamo lasciarle andare come il fumo di una candela spenta. Questo non significa che non agiremo con forza rispetto a circostanze nocive o che ci minacciano: prendere una posizione di fronte ad eventi nocivi è una componente importante del vivere una vita integra, vigile, fatta di attenzioni. In effetti, a seconda delle circostanze, può trattarsi di un’attuazione e di un’incarnazione della nostra chiarezza, della nostra saggezza e della nostra compassione. Ma a quel punto non sarebbe più nulla di personale, piuttosto sarebbe invece la manifestazione della nostra interezza.

Il terzo veleno è l’illusione, noi viviamo dentro la bolla della narrazione di quel momento, molto spesso fraintendendo causa ed effetto degli eventi e di conseguenza rimanendo imprigionati in emozioni e pensieri che sono imprecisi e fuorvianti, troppo spesso la storia della nostra vita, non compresa e illusoria, diviene una profezia autorealizzante.

Il nocciolo della questione consiste nel vedere l’avvicendarsi tra questi diversi stati mentali e gli effetti nel corpo e coglierne le reazioni realmente avvertite, momento dopo momento. La chiave per cogliere e comprendere ciò che succede e per liberarci dall’impeto delle nostre inconsce abitudini, consiste nella possibilità di cogliere il momento in cui la mente registra per la prima volta tutto ciò che accade e lo registra come piacevole o spiacevole oppure né piacevole, né spiacevole. Questa è la prima e più importante lente che ci permette di conoscere tutti gli oggetti di attenzione. E può fare la differenza ma solo se riusciamo ad essere consapevoli di questo meccanismo di valutazione inconsapevole ed automatico. A questo consegue ‘desiderare di prendere’ ‘aver bisogno di scacciare’, ‘ignorare’. Quindi la consapevolezza di ciò che è piacevole, spiacevole o neutro, in qualsiasi momento della nostra vita, è la chiave per non essere preda dell’avidità, dell’avversione e dell’ignoranza. La sofferenza non risiede né nella piacevolezza né nella spiacevolezza, ma nell’avversione e nella cupidigia: sta nell’attaccamento e nell’autoidentificazione. La liberazione dalla sofferenza è la liberazione dall’avidità, dall’avversione, dall’ignoranza.

Attitudini fondamentali sono il non giudizio, la pazienza, la mente del principiante, la fiducia, il non cercare risultati, l’accettazione e il lasciar andare. (pag 119-130)

Accettazione fondamentalmente significa comprendere come stanno le cose, trovare nuove modalità per avere una relazione saggia con esse e poi agire in modo appropriato, con una visione più chiara delle cose. Liberarsi da una narrazione mentale che dice ‘devono esserci certe condizioni affinché questo momento sia un momento felice permette che nel momento successivo se sarà appropriato agire tu agirai, ma lo farai in piena presenza della mente e del cuore, grazie alla tua intelligenza emotiva e  non perché ti senti ‘sequestrato’ dai tuoi sentimenti, da ciò che, nel tuo intimo, senti di non poter accettare. Oppure non agirai in quel modo o non sarai così consapevole come speravi di essere, ma imparerai anche da questo. Lasciare andare non significa allontanare le cose ma non provare attaccamento, in particolare non provare attaccamento nei confronti del risultato. Implica non continuare a desiderare quel che vogliamo ottenere e non rimanere legati a quel che già abbiamo, o semplicemente a quel che pensiamo di dover avere. Lasciar andare significa anche non rimanere ancorati a quel che odiamo, a quello verso cui proviamo una fortissima avversione. L’avversione è solo un’altra forma di attaccamento. Quando coltiviamo l’intenzione di lasciar andare le cose per come sono, significa che riconosciamo che siamo molto più grandi e molto più ‘aperti’ della voce che continua a dirci ‘non può essere così’ oppure ‘deve andare così’. Calarsi nell’essere significa non dover scacciare più nulla. Abbracciare la realtà nella sua totalità in modo nuovo: è un modo di essere che si sviluppa attraverso la pratica.

Tratto da “Mindfulness per principianti”, Jon Kabat Zinn

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